Sul fronte acqua Piacenza con le ossa rotte: dal Brugneto nessun obbligo a concederne di più

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di Roberta Suzzani – «Basta leggere bene i punti dello “storico” Contratto di fiume per rendersi conto che Piacenza, ancora una volta, ne esce con le ossa rotte».
I consiglieri provinciali alzano la voce in difesa dei «diritti violati del nostro territorio. Violati con il beneplacito della nostra Regione».
A finire nell’occhio del ciclone, a poche settimane dalla sua firma, è il protocollo d’intesa per la gestione delle acque della diga del Brugneto stipulato tra le Regioni Emilia Romagna e Liguria e la Società Mediterranea delle Acque spa. L’accordo, siglato a Bobbio a metà luglio con il plauso degli Enti centrali e dell’Autorità di Bacino del fiume Po, avvia una sperimentazione triennale che dovrebbe portare a Piacenza un totale di 4 milioni di metri cubi di acqua, ovvero gli attuali 2,5 milioni del disciplinare in essere (che risale al 1960 ed è stato aggiornato nel 1987) e sino a 1,5 milioni di metri cubi di acqua in aggiunta. Ma è proprio su quel “sino a” che i rappresentanti dei cittadini in via Garibaldi puntano il dito, allungando un’ombra sulla festa appena iniziata. La prima voce ad alzarsi è stata quella di Antonino Coppolino a cui si sono aggiunte quelle dei portacolori di Fratelli d’Italia Filippo Bertolino, Michele Magnaschi e Simone Mazza che chiedono la revisione del protocollo.
«Il documento parla chiaro, basta saper leggere», tuona Antonino Coppolino, Pdl, che in questi giorni depositerà una mozione per impegnare l’Amministrazione provinciale a farsi carico della questione.
«Nell’accordo – prosegue Coppolino –  non c’è alcun vincolo, né soglia da rispettare. Alla società Mediterranea è rimandata ogni decisione in merito a quell’eventuale rilascio e la decisione non è appellabile. In altre parole la società è libera di scegliere se rilasciare 1,5 milioni di metri cubi o mezzo litro o neppure una goccia d’acqua».
Le mancanze che Coppolino mette in fila sono tante. Manca un organo di contraddittorio. «La voce di Piacenza è rimasta silenziosa fin dall’inizio e ora, in base a quanto dice l’accordo, non ha più possibilità di farsi sentire. Il tutto sottoscritto dalla nostra Regione che dovrebbe rappresentare i nostri diritti e che invece ha accettato un accordo in cui venivano disattese le promesse elencate nella delibera del 17 giugno 2013 con cui autorizzava la sottoscrizione della nuova convenzione».
Manca chiarezza nella gestione delle risorse idriche. «Tutto è in mano a Genova che decide, come ha sempre fatto, quanto, come e quando rilasciare acqua nel Trebbia piacentino. C’è una frase a dir poco sibillina nell’accordo in cui si fa riferimento al “lasciar defluire il volume d’acqua di volta in volta compatibilmente con le reali eccedenze dell’invaso” e “dopo aver verificato la consistenza delle scorte disponibili”. In altre parole il rilascio è a discrezione di Genova che “di volta in volta” deciderà se rilasciare o meno maggiori quantità d’acqua a Piacenza in caso di eccedenza e non di necessità del territorio».
Manca, soprattutto, il contatto con la realtà. «Anche se Genova fosse così generosa da rilasciare l’intero quantitativo di acqua previsto, non si riuscirebbero a soddisfare le esigenze del nostro territorio che ogni anno deve affrontare il problema della siccità. Sottoporrò anche questo punto all’attenzione dell’Amministrazione provinciale. Il territorio ha bisogno del nostro sostegno».
Agguerrito anche l’assessore provinciale all’Agricoltura Manuel Ghilardelli. «E’ un accordo insufficiente che deve essere rinegoziato al più presto. La Regione ha disatteso le esigenze del territorio e ha illuso gli agricoltori promettendo che si sarebbe trovata una soluzione all’annoso problema della siccità. Così non è stato. Ci faremo carico di sollecitare l’ente centrale a rinegoziare sia questo accordo sia a intervenire sui problemi degli altri corsi d’acqua piacentini, sempre sotto lo scacco del minimo deflusso vitale».

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