Stop al consumo di suolo, ma in periferia?

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consumo-di-suolo1Fermare il consumo di suolo e premiare la riqualificazione edilizia, energetica e antisismica del patrimonio edilizio esistente è la strada maestra seguita dalle amministrazioni più illuminate per tenere insieme gli obiettivi di tutela e di riqualificazione del territorio e, naturalmente, fronteggiare la grave crisi che sta vivendo il settore delle costruzioni. Nella proposta del nuovo Psc, il piano che disegna il futuro della città per i prossimi vent’anni, emerge – finalmente, verrebbe da dire – la volontà di impedire un ulteriore uso di suoli e terreni agricoli oltre il nastro della tangenziale e di incentivare, invece, la riqualificazione urbana con il recupero dell’esistente e tramite l’intervento nelle aree demaniali dismesse.
Il tema riguarda tutti, ma è nei comuni più piccoli, quelli di cintura, che l’inconsapevolezza al riguardo di un argomento così urgente sembra ancora regnare sovrana. Sembra, cioè, che il concetto stesso di sviluppo sia ancora strettissimamente legato alla cementificazione indiscriminata. Il nostro paese – pensano così gli amministratori di questi centri – prospera perché cresce, si dilata, si espande là dove una volta c’era l’erba. Sembra proprio, insomma, che l’urgenza legata a un consumo di suolo dissennato e ormai anche anacronistico (altrove si è compreso da tempo che lo sviluppo è un’altra cosa) qui non sia compresa. Un’ignoranza, nel migliore dei casi, perfino irridente nei confronti del buon senso. A San Nicolò, uno dei centri dell’hinterland piacentino maggiormente aggrediti negli anni dalla allegra metastasi della speculazione edilizia, una recente lottizzazione che s’è già mangiata uno spettacolare prato verde, è stata trionfalmente battezzata proprio così: “Lottizzazione Prato Verde”. Così va il mondo nelle periferie (anche) culturali.

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