Lagnarsi non è più di moda. Pillola alquanto amara per un popolo – non tutto il popolo, a onor del vero – che ha fatto del brontolio una filosofia di vita. Ma medicamento necessario per l’ex ministro Francesco Profumo, ora presidente di Iren (Multiutility anche piacentina), ospite d’eccezione, pochi giorni fa, all’anteprima della X edizione del Master Mumat – Attrazione di investimenti, turismo, cultura dell’Università Cattolica di Piacenza che promette di formare chi, in un domani si spera non troppo lontano, abbia la creatività e la capacità do cambiare il volto di Piacenza, dentro e fuori Piacenza.
Tema della mattinata “La città intelligente”, o, per dirla all’inglese, Smart cities, le cosiddette metropoli intelligenti capaci, con un mix di tecnologia e innovazione a servizio del welfare, di migliorare la qualità della vita dei propri abitanti. Argomento di cui si dibatte ormai da tempo – «Sarò provocatorio – ha esordito Pierluigi Sacco – ma il tema della città creativa è vecchio» – forse con troppe parole e un po’ meno fatti. Tema su cui, sotto l’occhio vigile di Paolo Rizzi, si sono confrontati i relatori, presentati dalla preside della Facoltà di economia e Giurisprudenza Annamaria Fellegara e salutati dal responsabile del Master Francesco Timpano.
Città intelligente. Come, dove, quando e, soprattutto, per chi. Forse un libro dei sogni, ma che potrebbe diventare una piccola realtà con poco sforzo. Se si passasse dal progettare al costruire. Costruire una città che faccia della cultura non solo il suo punto di forza, ma di vita, come auspicato da Pierluigi Sacco, docente dello Iulm, che a Siena è impegnato nel rilancio di Santa Maria della Scala dove vuole creare «un pronto soccorso culturale. E’ dimostrato che dove il benessere psicologico individuale è alto, anche la salute del corpo migliora». Peccato che l’Italia sia nella top ten dei paesi al di sotto della media di partecipazione culturale il che non fa ben sperare né sul fronte mentale, né, a questo punto su quello, fisico. «Non perché manchino le iniziative – come ha sottolineato Ilaria Dioli, che ha fotografato il dilagante fenomeno dei Festival – quanto più perché l’effetto “io c’ero” poi lascia poco segno in chi, effettivamente, c’era». Lezione che si potrebbe già applicare all’imminente Festival del Diritto, ma anche a tutte quelle manifestazioni che costellano la provincia come il Valtidone Wine Fest. Manifestazioni di successo, ma con poco respiro extraprovinciale. Expo è dietro l’angolo e lasciare un segno è fondamentale.
Esempio virtuoso da seguire quello di Siena – già ci si può immaginare la fila dei codici bianchi allo sportello d’accettazione – che si è affiancato a quello portato da Silvia Scaravaggi che a Cremona sta portando avanti due progetti creativi. Uno fotografico con la collaborazione di Ettore Favini «per accendere i riflettori su un patrimonio che sembra perdersi: i luitai». L’altro più spiccatamente di promozione turistica in collaborazione con l’Associazione Tapirulan. Un tour della città tra monumenti, iniziative e buona cucina.
Enogastronomia, arte e turismo. Un triangolo vincente rispolverato da Paola Elia Morris, Enrico Ciciotti e Maurizio Colombo. La cura per la malattia dell’invisibilità delle città è spingere sull’accelerazione dell’attrazione turistica del territorio. Il nostro, ovviamente. Ecco quindi che il marketing torna a farla da padrone. E con lui, fanno capolino innovazione, ricerca e servizi ai cittadini. Tutti punti in agenda per Palazzo Mercanti che, a sorpresa, si gode l’applauso dell’ex ministro Profumo che incorona Piacenza come esempio da seguire. Avrà forse visto le nuove due ruote di “Mi Muovo” che stanno spuntando in città a fianco delle centrali di rifornimento delle auto elettriche. Ma, mentre in centro fanno capolino le due ruote verdi del nuovo servizio regionale di bike sharing – che speriamo non facciano la fine delle colleghe rosse – l’ex ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca non dimentica di ha tirare le orecchie a tutti. Stile bastone e carota.
«La responsabilità di quei 30 milioni di fondi europei che l’Italia non è riuscita a spendere è solo nostra. Nostra. Dell’Italia. Della sua inefficienza. Al nostro paese non servono fondi, non servono neppure idee che ci sono e sono innovative, serve una leadership capace di fare regia. Serve una vera guida nella gestione e nella programmazione». Serve un capitano. Magari non Uncino.




