E’ la speranza il vero valore di una festività come il Natale

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Benozzo Gozzoli, “Il presepe di Greccio” (particolare)

Natale è anche tempo di riflessioni, quest’anno le vorrei fare ponendo l’accento sui valori
che ciò rappresenta anche in tempi come quelli che stiamo vivendo: tutt’altro che
semplice.
Se si considera quanto la tradizione antica si sia evoluta (sarà poi un’evoluzione?), fino ad
arrivare a quel delirio che dalla fine di ottobre ci assilla con contenuti e forme ogni anno
più effimere. Cresce l’assedio di luci, colori, odori, canti e jingle perversamente fastidiosi
che invadono strade e negozi. Arduo difenderci da tanta molestia, se anche la pace
domestica è contaminata da radio e televisione, prodighe di ipocrisia inframezzata dalle
notizie di tragedie pubbliche e private. Regna ovunque una melensaggine priva di pudore,
un amore per il prossimo e una bontà obbligatoria quanto superficiale, una solidarietà a
termine, sì, perché ci si illude per qualche giorno che guerra e fame, malattia e ingiustizia
siano vinte, mentre si tratta solo di una pausa peraltro molto parziale. Per analogia, ricordo
che anni fa, nel Regno Unito, in occasione di nozze ed eventi regali, alcune agenzie
proponevano viaggi in luoghi sperduti, garantendo rimborsi se ai viaggiatori fosse giunta
anche la più piccola notizia dei festeggiamenti in patria. Bizzarra soluzione che solo
l’eccentricità inglese può immaginare; a noi resta l’imperativo del panettone e nessuna
scusa per sottrarsi alle momentanee esternazioni di affetto di congiunti poco frequentati.
Così stanno le cose e, prima di lasciarci andare alla nostalgia dei buoni tempi passati, dove
la semplicità era, o così ci appare oggi, densa di contenuti morali, val la pena riflettere su
ciò che compone una siffatta accozzaglia di cose, distinguendone le matrici generative,
separandone il carattere “dionisiaco” da quello “apollineo”. L’operazione risulta più
agevole e comprensibile se il termine Natale si accompagna al suo sinonimo “nascita”. È
noto che l’assetto del calendario cristiano con tutto ciò che ne consegue, abbia mutuato
quello pagano, sovrapponendosi ad esso in un processo di sincretismo: al pari del nostro
Natale, i saturnalia romani e prima ancora i riti del solstizio d’inverno fino al Capodanno
Gregoriano, si collocano tutti in un arco di tempo tra la metà e la fine di dicembre. Le
ricorrenze di questo periodo celebrano il rinnovamento, il ritorno del sole, la ripresa della
vegetazione arborea, ecc., eventi che inducono alla gioia e ai festeggiamenti, accompagnati
dal cibo e dallo scambio di doni. Da questo, il costume di adornare gli alberi, illuminare le
notti, e tanto altro. È pure noto che la data della nascita del Cristo Salvatore, non
documentata storicamente e addirittura posticipata di diversi anni, sia stata collocata al 25
Dicembre per far sì che assumesse un forte valore simbolico in relazione alla luce che dal
solstizio inizia la diurna crescita, al rinnovamento, alla salvezza. Il significato che ne
consegue alimenta quel sentimento della “speranza” che è ingrediente indispensabile per
la prosecuzione della vita, autentico sostegno dell’animo umano in tutte le culture.
È la speranza il vero valore di una festività come il Natale riconoscibile nella storia e in tutta
la cultura dell’occidente cristiano. Si tratta di un valore che si attribuisce ad ogni bene, alla
pace, alla giustizia, alla salute, e infine alla salvezza eterna per coloro che credono nella
Buona Novella. Questa speranza nasce nel racconto della capanna di Betlemme, e trae
conferma dal gesto di Francesco nella chiesa di Greccio il 25 dicembre 1223: un significato

che diventa immagine e suono celebrata nella grande tradizione pittorica e nella musica
dell’occidente cristiano.
Mai come in questi tempi di incertezza e di timore, la speranza si rivela essenziale
nutrimento, e gli auguri che ci scambiamo proprio a questo si riferiscono perché la
speranza ci assista in ogni momento.
Voglio lasciare a chi legge un ultimo piccolo pensiero che rimanda ad un Natale di tanti
anni fa, quando la Prima guerra mondiale stava incendiando l’Europa. Allora Giuseppe
Ungaretti, in licenza dagli orrori dei campi di battaglia, scrisse questi conosciutissimi versi
che rimandano ad un sentimento che nulla ha di dionisiaco, ma di intima ricerca di pace
fisica e spirituale.

Natale

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare
(Napoli, il 26 dicembre 1916)
Auguri da Bernardo Carli e Fabbrica&Nuvole Organizzazione di Volontariato

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