
Per tracciare una fisionomia della sanità piacentina che verrà uno dei banchi di prova investe direttamente le future politiche sanitarie che si metteranno in atto in sede locale e che riguardano la qualità, l’attrattività della struttura ospedaliera centrale (da quella attuale fino a quella che sarà realizzata, finanziamenti permettendo) che sempre di più dovrà diventare capace di attirare professionalità, di impostare progetti di ricerca che ne sono la condizione, e in grado di esprimere sempre maggiore qualificazione di prestazioni. Una sfida notevole di cui poco si parla e si discute ma che nasce da un aspetto cogente avviato alcuni anni fa con l’accordo stipulato tra l’Ausl di Piacenza e l’Università di Parma.
Quali novità ne conseguono? In cosa consiste la novità? Riguarda direttamente la figura dei nuovi primari. Non avranno più il percorso di carriera interno ma dovranno essere titolari dell’idoneità scientifica nazionale o come professore associato o come professore ordinario.
Da qualche anno questa è la condizione per poter essere nominati responsabili di un reparto ospedaliero. Non così semplice perché per ottenere questo tipo di idoneità (nell’ospedale di Piacenza ci sono già alcuni responsabili di reparto che hanno fatto questo percorso) occorre avere lavorato nella ricerca e prodotto pubblicazioni scientifiche che saranno oggetto di valutazione nel percorso verso l’idoneità. Un cambiamento che pone alcuni interrogativi che investono il futuro. Ci si chiede infatti quanti saranno i medici di Piacenza che potranno acquisire l’idoneità passaporto per il primariato? Tutto questo naturalmente va visto anche nella prospettiva del nuovo ospedale che verrà.
Il nuovo percorso di carriera legato all’università di riferimento, (per Piacenza è quella di Parma) è molto diverso da quando la progressione di carriera avveniva con un concorso interno come progressione di carriera ospedaliera maturata.
Il passaggio è sostanziale poiché i nuovi primari con idoneità universitaria saranno direttamente dipendenti della stessa università e, di conseguenza, anche la loro nomina sarà decretata da un accordo tra l’Ausl di riferimento e il rettore della stessa università. Un punto di osservazione particolare che solleva alcune perplessità e che riporta all’attenzione il rischio di trovarsi di fronte (e subirla) a una specie di colonizzazione. E poi chi garantirà che Piacenza potrà avere a disposizione le migliori professionalità? Interrogativi a cui si aggiungono anche i timori che questo possa frustrare i desideri di carriera dei giovani.
Infatti se un professionista si trova a operare a Parma avrà più possibilità di pubblicazione e di ricerca rispetto a chi si trova a Piacenza e, viceversa, un medico che esercita a Piacenza avrà più difficoltà di carriera rispetto al suo collega di Parma. Un dualismo e una contrapposizione che potrebbe ingenerare il rischio di mettere in difficoltà persone con voglia di crescere per dare un servizio migliore ai pazienti.
Gli interrogativi sulla facoltà di medicina in inglese
Sempre restando nelle aule universitarie altro argomento che dovrebbe investire da vicino chi si occupa di politica sanitaria e che investe il futuro della realtà piacentina riguarda da vicino anche l’Università in inglese che opera a Piacenza da un paio di anni. La maggioranza degli iscritti provengono da svariati paesi, abitano qui, passano il loro tempo libero qui e offrono una ricaduta concreta in termini di abitazioni e di fruizione della città. Ma quel tipo di università potrebbe lasciare anche altro e qualcosa di importante per una maggiore evoluzione della stessa sanità.
Ci si è chiesti ad esempio quanti giovani studenti una volta medici si fermeranno a Piacenza? Si è pensato a questo? C’è un progetto per renderlo possibile? Ma ancora di più, quale sarà la crescita culturale che la stessa università lascia sul territorio piacentino? Questo anche in termini di impulso alla ricerca, alle tecnologie e alla possibilità che personale qualificato possa svolgere la funzione di cura per i piacentini. Aspetti di cui non si discute e di cui non si conoscono i programmi.
Quale possibili soluzioni per evitare che si apra il fossato tra Parma e Piacenza? C’è chi suggerisce una strada di pianificazione tra le due realtà in cui si verifichi la parità di partenza tra chi opera nelle due città. Ma si tratta di un percorso fino ad ora né codificato né strutturato. Tuttavia appare una strada indispensabile.
Problemi del futuro, si diceva, ma il futuro è adesso, trattandosi di pianificazione e organizzazione del sistema sanitario. Prova ne sia il fatto che il rettore dell’università di Parma Paolo Martelli, durante la cerimonia per l’inizio dell’anno accademico a Piacenza, abbia affermato la necessità che la sede della facoltà sia prevista all’interno del nuovo ospedale: come avviene per tutte queste facoltà, ha ricordato. Una posizione stringente soprattutto perché quando si è parlato di nuovo ospedale questo tema non è stato affrontato. Che fare?
Intanto, in quella stessa occasione, la direttrice dell’Ausl di Piacenza Paola Baradasi ha annunciato che presto inizieranno i tirocini degli studenti ormai arrivati al terzo anno di corso.
Mentre tutto questo dovrebbe essere inquadrato in primo piano, restano da affrontare anche gli impellenti problemi dell’oggi con tutte le problematiche aperte di cui si discute da tempo.
Uno sguardo alla realtà: liste d’attesa
Riguarda da vicino i bisogno di oggi dei cittadini che incontrano spesso difficoltà quando hanno bisogno di cure sanitarie. Tra le questioni più infuocate restano le liste d’attesa per le visite specialistiche, un deficit di risposta che perdura.
Un esempio elementare accaduto di recente. Con l’impegnativa del medico una donna tenta di prenotare in farmacia una mammografia il 16 marzo scorso. La prima data utile che esce dal sistema prenotazione è per il 25 marzo… Prima reazione di sorpresa e pensa: “ah, ma allora il sistema funziona, non è vero che si deve aspettare tanto…” la sorpresa dura poco perché a una valutazione più attenta della data si scopre che l’appuntamento è sì per il 25 marzo… del 2025.
Di recente la Regione ha elaborato una risposta con un investimento di 30 milioni di euro con l’obiettivo di sgrossare da Piacenza a Rimini le file che stanno diventando un enorme problema e che intaccano l’obiettivo più volte affermato di difendere la sanità pubblica e universalistica. Questi i termini dello schema regionale per affrontare la questione in tempi brevi.
“Al primo posto dare possibilità di prenotare le prestazioni con le agende sempre aperte e un orizzonte di disponibilità di 24 mesi; Un aiuto agli utenti che non trovano immediata disponibilità che saranno sollevati dall’onere di dover ricontattare i servizi di prenotazione con le liste per la registrazione delle richieste in un elenco progressivo in ordine cronologico e garantire i tempi di attesa delle classi di priorità indicate in ricetta. Già entro il mese di aprile, inoltre, ciascuna Azienza Usl, in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera-Universitaria o eventuale Irccs di riferimento, dovrà presentare un Piano straordinario di produzione per il proprio ambito territoriale per garantire, nell’immediato e per tutto il 2024, un significativo aumento di prestazioni. Le Aziende dovranno migliorare ulteriormente l’efficienza produttiva ed organizzativa, anche incrementando la presenza e l’operatività degli specialisti nel setting ambulatoriale e nelle strutture territoriali, in primis le Case della Comunità”.
Un impegno concreto di cui si dovrà verificare la fattibilità, visti i problemi legati alla scarsità di personale. Si tenga infatti conto che in un recente concorso per l’assunzione di infermieri, su 1434 iscritti, provenienti da città di tutta Italia per 42 posti da infermiere da occupare nelle aziende sanitarie dell’Emilia Nord, hanno risposto all’appello 764 candidati, la metà di quanti si erano iscritto al concorso. Da chiedersi se la professione abbia perso attrattiva o se la questione non sia piuttosto da ricercare nel trattamento economico per niente competitivo rispetto ad altri paesi.
Sindacati: sanità osservata speciale
È un tavolo permanente tra i tre sindacati confederali e l’Ausl di Piacenza il luogo in cui è sotto stretta osservazione la sanità piacentina. Che è nato dalla stipula di un protocollo siglato nel novembre dello scorso anno. I temi in discussione? Innanzitutto il confronto sugli investimento per il rafforzamento della rete dei servizi sanitari territoriali. Secondo i sindacati devono essere i distretti il luogo primario di promozione della salute in stretta relazione con la rete ospedaliera. Ma non devono essere dimenticati gli aspetti sociali che si integrano con quelli sanitari soprattutto per le politiche sanitarie che riguardano gli anziani e le persone non autosufficienti. Ancora le liste d’attesa, che i sindacati hanno posto come tema prioritario e che saranno oggetto di incontri periodici. Non manca la continuità assistenziale con attenzione quindi alle dimissioni protette ma anche il problema del personale e la criticità nell’inserimento di professionisti, la mobilità attiva e passiva. Nel protocollo non manca neppure la verifica sul progetto regionale dei Centri di assistenza e urgenza che a Piacenza hanno preso avvio a gennaio di quest’anno e che rappresentano un filtro locale all’accesso al pronto soccorso. Un progetto teso ad alleggerire la pressione sui Pronto soccorso dalle problematiche minori e non gravi.
Intanto riguardo ai CAU, i Centri di assistenza e urgenza che hanno sedi territoriali è stato fatto un bilancio dei primi tre mesi di attività che, secondo l’osservatorio dell’Ausl, risulta positivo. Per ora in provincia ci sono tre centri CAU: Piacenza, Bobbio e Podenzano. Qui si trova nella Casa della salute e della comunità con accesso autonomo dall’esterno, nei locali già utilizzati per la Continuità assistenziale (ex Guardia medica). Il servizio è attivo dalle 13 alle 19 nei giorni feriali e dalle 8 alle 20 nei giorni festivi e prefestivi. La visita medica eseguita al Cau e gli esami del sangue (profilo base) sono gratuiti per i cittadini residenti in Emilia-Romagna. Per le visite specialistiche non urgenti, gli esami strumentali come radiografie e gli esami del sangue complessi, prevedono il pagamento del ticket.
Critiche al sistema dei Cau sono state formulate di recente in una nota del comune di Fiorenzuola (distretto di Levante) a firma della vice-sindaca Paola Pizzelli e del presidente della Commissione sanità del comune di Fiorenzuola Paolo Isola. “A causa della scarsità di medici di emergenza – urgenza, a Fiorenzuola, come negli altri Ospedali periferici della Provincia, verrà avviato il CAU (Centro di Assistenza – Urgenza) notturno. È evidente – spiegano i due amministratori – che avremmo preferito un Pronto Soccorso H24, ma, alla luce delle problematiche esposte dalla Direzione Ausl, abbiamo con senso di responsabilità acconsentito a questa tipologia di servizio, comunque in grado di coprire il 67% dei casi, al fine di garantire la ripresa del servizio notturno sul territorio e al fine di non costringere i cittadini di Fiorenzuola a dirigersi verso l’unico Pronto Soccorso della Provincia a Piacenza e in attesa che venga ripristinato il Pronto soccorso notturno anche nell’Ospedale di Fiorenzuola. L’11 settembre 2023 in Consiglio comunale a Fiorenzuola la nuova Dirigenza dell’AUSL ha relazionato sulle prospettive dell’Ospedale e del Polo Riabilitativo. Il nostro augurio è che gli attuali vertici mantengano le promesse fatte e continuino il percorso di dialogo con i sindaci del territorio. Come Amministrazione vigileremo sui servizi offerti affinché si possa spingere l’AUSL a garantire una Sanità al servizio dei cittadini”.
I servizi esistenti e programmati
Utile una breve osservazione sui servizi erogati nei territori e le funzioni attribuite agli ospedali esistenti che diventeranno, così come si intuisce dalla programmazione messa in atto, gangli specializzati collegati con il corpo centrale rappresentato dall’attuale ospedale di Piacenza e – tra diversi anni la nuova struttura che dovrà essere realizzata come da progetto.
Tra gli argomenti tenuti sotto osservazione e oggetto di critiva, va segnalata una certa indeterminatezza delle funzioni che dovranno avere, una volta completata la trasformazione in atto le strutture ospedaliere. Secondo i progetti, devono cambiare natura diventando “specialistici” in settori diversi per completare il puzzle che vede l’ospedale centrale di Piacenza come epicentro della cura. Insomma i cambiamenti avviati portano a una fotografia diversa da quella che fa riferimento anche al recente passato. Non più ospedali “generici” con tutte le funzioni replicate da un territorio all’altro, ma l’attribuzione di specificità. Dovranno essere poi i servizi territoriali (case di Comunità, centri di assistenza urgenza) a intercettare il bisogno di salute capillare. Un obiettivo ancora da raggiungere.
Dagli ospedali periferici si passa quindi al tema dei servizi territoriali che restano a macchia di leopardo con alcune zone più fornite di altre. Si tratta delle Case di comunità ancora nella fase di previsione come quella di Fiorenzuola prevista nella vecchia sede comunale nel centro della città o quella di Piacenza che sarà realizzata nell’area dell’ex clinica Belvedere il cui edificio è stato di recente abbattuto per iniziare i lavori della nuova struttura. È questo anche uno degli argomenti che dai territori prendono voce per essere segnalati come indice di malfunzionamento. Lo affermano gli amministratori di Fiorenzuola Pizzelli e Isola “Da alcuni anni a Fiorenzuola è prevista la realizzazione della Casa della Comunità nei locali dell’ex Municipio in Corso Garibaldi, che questa Amministrazione ha concesso in uso all’Azienda Sanitaria. Auspichiamo che i tempi previsti per la realizzazione siano chiari e ben definiti e che i lavori, ormai prossimi all’inizio, non richiedano ulteriori slittamenti : la consegna dei lavori è prevista per il mese di aprile 2024”.
Esempi virtuosi di cure vicine ai pazienti
C’è un campo, quello oncologico, in cui Piacenza vanta risultati positivi diventando esempio anche a livello nazionale. Si tratta dei servizi territoriali presenti in ogni distretto a cui i pazienti possono ricorrere per le cure necessarie. Oltre a Piacenza si conta Castel San Giovanni, Fiorenzuola, Bobbio e Bettola la prima casa della salute riferimento dei pazienti oncologici della valle. Fu inaugurata alcuni anni fa e fu fortemente voluta dal professor Luigi Cavanna che ha lavorato e prodotto studi sugli effetti benefici delle cure vicino a casa dove l’obiettivo principale è ridurre l’onere, il peso del viaggio.
Un argomento che è stato oggetto di confronto nazionale come il recente Cracking cancer che si è svolto a Genova la scorsa settimana dove l’oncologo piacentino ha svolto una relazione sul tema “Territorio: un nodo della rete oncologica”. Nei cinque punti di cura la gestione del malato è omogenea, i pazienti possono contare sugli stessi medici che si spostano dall’ospedale principale ai 3 ospedali della provincia e nella Casa della Salute di Bettola. I farmaci necessari sono preparati nella farmacia centrale e inviati alle periferie. Il sistema è stato oggetto di uno studio nel quale si sono mostrati i vantaggi per il paziente e per la famiglia di ricevere le cure vicino a casa.
Tra l’altro anche una recente ricerca effettuata dal CIPOMO (il Collegio italiano primari oncologi medicina ospedaliera di cui Luigi Cavanna è past-president) rendiconta la valutazione positiva sulla cura vicino a casa. Una ricerca condotta con 1.443 pazienti di tutte le regioni dà risposte inequivocabili sul luogo preferito di cura: il 21% segnala la preferenza del domicilio quando è possibile e il 36,3% in strutture sanitarie più vicine a casa. Quanto ai disagi materiali vissuti recandosi in ospedale per le cure al primo posto, con il 40,8% c’è il tempo di attesa; al secondo posto con il 20,47% la mancanza di parcheggio; al terzo la rotazione dei medici con il 17,02% e i tempi di viaggio per il 12,76% ultima la burocrazia con il 5,62%.
Va considerato anche un altro vantaggio di tipo ambientale. Infatti, dati alla mano, curare le persone vicino a casa ha prodotto tra il 2017 e il 2022, per la provincia di Piacenza, un notevole risparmio di emissioni di CO2. Gli interventi hanno riguardato in totale in questi 6 anni 2.207 pazienti che hanno evitato di percorrere 55.551 km per ogni paziente e, come conseguenza, una notevole quantità di CO2 non immessa nell’atmosfera.
Antonella Lenti




