
Nella cornice del Festival del Pensare Contemporaneo, uno studente di economia, una filosofa, una sociologa e un giornalista hanno riflettuto sull’ingiustizia e l’insostenibilità del lavoro di oggi
In un Teatro Gioia affollato, per il Festival del Pensare Contemporaneo a Piacenza, è andato in scena il partecipatissimo incontro ‘Lavorare è da boomer? La cultura del lavoro e il conflitto tra generazioni’, moderato dalla filosofa Maura Gancitano, fondatrice di Tlon, scuola di filosofia, con ospiti il giovane studente universitario di Economics and Public Policy Francesco Ballarin, la sociologa, docente universitaria ed esperta di disuguaglianza sociale Francesca Coin e il giornalista Beniamino Pagliaro, fondatore della testata Goodmorning Italia.
Al centro è stata posta l’illusione del lavoro come strumento di realizzazione di sé oggi, l’impossibilità di carriera in un mercato del lavoro bloccato, povero e la mancanza di prospettive in un paese con alto tasso di disoccupazione come l’Italia, dove le generazioni più anziane hanno beneficiato di una stabilità storica e di una promessa di futuro che oggi non ci sono più.
Pagliaro e Coin hanno presentato su questo tema i loro libri ‘Boomers contro Millennials’ (edito HarperCollins) e ‘Le grandi dimissioni’ (edito Einaudi). I Boomer sono un neologismo anglosassone per indicare, soprattutto in Occidente, le persone nate tra il 1946 e il 1964, cioè il periodo della ricostruzione postbellica, il boom economico e le sue grandi sicurezze; i Millennial sono invece coloro nati in un’epoca di passaggio, quella tra il 1981 e il 1996 (mentre quelli nati tra il 1965 e il 1980 appartengono alla Generazione X, in parte toccata da questa crisi): le epoche successive a quella dei ‘baby boomer’ corrispondono per la letteratura a un generale declino delle sicurezze costruite nei decenni precedenti, soprattutto in tema di lavoro e prospettive di carriera. In questo incontro Ballarin ha rappresentato la Generazione Z, cioè quella più giovane nel dibattito, nata dopo il 1997 e completamente senza fiducia verso questo sistema socio-economico.
“Il conflitto tra generazioni su questo tema c’è, secondo me non abbastanza, ma per fortuna esiste. Il problema che hanno i Millennial e, in parte, la Generazione X è che questo mondo per loro, così com’è, non funziona più”, ha detto Pagliaro, che ha elencato alcune delle bugie sul lavoro di questa società: “La prima grande bugia raccontata ai Millennial è stata quella che l’istruzione era fondamentale, così come imparare una o due lingue, avere uno o due master e poi il merito ‘magicamente’ ci avrebbe fatto avere un buon lavoro. Tutto ciò non ha funzionato per la media delle persone, solo per alcune eccezioni. Sono contento che la Generazione Z sia più cinica non voglia più farsi prendere in giro da lavori e stipendi inaccettabili. Un’altra bugia è quella della manovra [economica nda] che è un dibattito assolutamente virtuale e irrilevante per la vita delle persone, mentre si dovrebbe dibattere di aumentare i salari per migliorare il futuro di tutti. Questo festival si occupa del pensare, allora pensiamo al periodo della pandemia in cui abbiamo fatto cose che credevamo impossibili come contrarre più debito pubblico coi tedeschi, quest’ultimo è ormai un’arma per una classe dirigente che non vuole prendere decisioni fondamentali per le giovani generazioni e l’unica cosa che continua a finanziare sono le pensioni. A proposito di questo, siamo un paese che non sa come pagare le pensioni dal 2030 al 2045, proprio perché i redditi dei giovani lavoratori sono troppo bassi e non riusciranno a pagare i contributi”, ha previsto Pagliaro, che ha aggiunto che, invece di tassare i grandi patrimoni, secondo lui si tornerà a tagliare i servizi essenziali.
Poi è intervenuta Coin, a proposito del fenomeno tutt’altro che recente di licenziarsi da lavori che non ci soddisfano più o che sono, banalmente, sottopagati e/o in condizioni insopportabili:
“Il lavoro è stato per lungo tempo violenza e pieno di fughe, non è vero che l’umanità ha sempre amato lavorare, a me risulta il contrario. I luoghi di lavoro fino al secolo scorso erano luoghi di lotta, assenteismo e fuga. Le fabbriche di Ford avevano un ricambio del 360%, assumevano quattro volte il numero di operai di cui avevano bisogno perché in assenza di certe tutele i lavoratori semplicemente se ne andavano. Negli anni ‘80 sono iniziati i grandi licenziamenti e hanno iniziato a dirci che il lavoro doveva essere qualcos’altro, una realizzazione di sé. Trasversalmente alle generazioni, la promessa e la contropartita del lavoro sono venute meno perché il lavoro paga sempre meno, le incombenze della vita lavorativa ed extralavorativa sono invece sempre di più e costose, gli organici sono sempre più ridotti. Le grandi dimissioni sono un fenomeno di disaffezione al lavoro e nascono anche dal fatto che in questa società c’è chi lavora troppo e chi lavora troppo poco, in Italia in particolare dove ci sono persone che lavorano per tre o quattro, proprio per qui l’idea è che se si comprime il costo del lavoro, l’economia ripartirà. Negli Stati Uniti la fascia d’età che si è dimessa di più è quella degli ultracinquantenni, è logico che sia così perché i giovani non hanno niente da cui dimettersi, dato che i contratti sono talmente precari e a tempo determinato che la pazienza è ridotta e la contropartita pure. Siamo arrivati al punto in cui, dato che le promesse si sono sgretolate, non ci sarà più la disciplina e l’obbedienza al lavoro di prima”, e a questo si è collegata alle proteste contro l’aumento dell’età pensionabile in Francia: “Lì non solo non volevano andare in pensione due anni più tardi, hanno detto che non volevano più lavorare.” Pagliaro ha quindi ripreso la parola: “Elly Schlein ha appena parlato della settimana lavorativa di quattro giorni e il paradosso è che, nonostante sia un dibattito di tendenza globale quello di ridurre l’orario e i giorni di lavoro, non è stata presa sul serio come se incitasse a non fare nulla”, a dimostrazione della maturità del dibattito nel nostro paese. Il giornalista ha poi citato la maggiore azienda italiana del settore privato, Intesa San Paolo, che effettivamente prevede la settimana di quattro giorni da anni, qualcosa però di inconcepibile nelle piccole e medie imprese.
Ballarin ha affermato che è un bene ci sia il conflitto generazionale perché senza di esso non c’è capitale sociale: “È indicativo come la fiducia diminuisca col grado di anni passati a scuola, questo ci fa interrogare sulla promessa tradita: per cosa studiamo e lavoriamo? Questo ci differenzia dai nostri genitori. Ci crediamo un po’ meno poiché abbiamo intuito la pericolosità dell’imperativo di essere sempre imprenditori di sé stessi, anche all’interno di una società bulimica di promesse ma poi povera di opportunità, in cui avere successo ha un prezzo perché all’interno di ambienti competitivi bisogna immolarsi in una corsa costante verso l’auto-perfezionamento che spesso porta all’esaurimento, ce lo dicono i dati sulla depressione, l’ADHD e il burnout. Ho trovato un’espressione di Douglas Rushkoff che mi ha colpito molto, ‘la manutenzione del quotidiano si fa talmente onerosa da svilire la nostra capacità di stare nelle situazioni’”. Per Ballarin la nostra vita è minacciata dal multitasking lavorativo, che ci impedisce di vivere le sensazioni quotidiane più semplici: “Non siamo progettati per fare più cose contemporaneamente, facciamo sempre più cose, ma le facciamo male e perdiamo la capacità di immergerci. Senza attenzione profonda non è possibile la cultura, ma solo la ripetizione di quello che già esiste e se a fronte di questo un giovane antepone il proprio benessere alla performance non dobbiamo umiliarlo, non è uno sfaticato, quello che fa è un atto di protesta.”
La sociologa Coin ha poi analizzato una situazione non rosea: “Le pensioni sono povere, i salari sono poveri e oggi crescere come un ventenne e trentenne significa crescere in un mondo in macerie perché con la crisi dei mutui subprime, il debito pubblico, la guerra, non sembra esserci un futuro. Viviamo in metriche che si basano sul fare, il meritare, il dimostrare e appunto produrre. Un esempio è che ci sono supermercati dove le cassiere devono passare prodotti per almeno 4mila euro all’ora, perché se ciò non avviene, il supermercato scende sotto la soglia del fatturato, il lavorare per obiettivi è questo, lavori le domeniche, nei fine settimana, nelle feste, ma questa performatività estrattiva non paga, è estrattiva come il modello produttivo che ha messo in crisi l’ambiente. Dovrebbero contare invece la cura di sé e delle persone accanto a noi, il nostro benessere psicofisico.” Infine, Gancitano e Coin hanno chiosato: “In Italia abbiamo il fatalismo che se una cosa non passa, va lasciata perdere, come la legge sulla cittadinanza o il salario minimo. Viviamo in un paese in cui il 25% delle persone rischia di finire sotto la soglia di povertà, una persona su quattro, e solo il 4-5% è felice del proprio lavoro. Non è consentito di fallire, mentre invece dobbiamo convincerci che se accettassimo di fallire tutti e bene, la retorica dei vincitori sarebbe quella perdente alla base. Abbiamo voluto togliere il reddito di cittadinanza a disoccupati che vivono in territori dove il lavoro semplicemente non c’è, abbiamo visto la precarietà e il fallimento nella loro evidenza, quindi abbiamo già fallito tutti quanti.”




