di Gaetano Josè Gasparini – Dagli scantinati ai moderni centri islamici polifunzionali: la storia dello sviluppo dell’Islam a Piacenza comincia negli anni ‘80 con un tappeto di preghiera steso in casa, nel sottoscala, sul lavoro, in un angolo di strada, per proseguire lungo gli anni con le prime preghiere collettive nei garage o nei capannoni, fino all’acquisto di edifici finemente riconvertiti in “moschee”. L’Islam, fede di migranti, è oggi la seconda religione d’Italia.

Nel Paese vivono infatti poco meno di 1 milione e mezzo di musulmani. Nel Comune di Piacenza sono circa 9 mila i residenti di religione islamica, quasi il 10% della popolazione cittadina. Nell’intera provincia piacentina, invece, sono stimati 22mila credenti in Allah, ovvero il 7% della popolazione residente. Provengono dai quattro angoli del mondo, più di 30 nazionalità sono rappresentate: dalla Turchia all’Indonesia, dai Balcani fino al Maghreb. La loro presenza esprime la complessità e la ricchezza del mondo islamico, un patchwork di etnie e culture molto diverse fra di loro.
Di moschee in piena regola a livello architettonico, nel Paese, ce ne sono solo quattro: a Milano, a Torino, a Roma, a Ravenna e a Colle di val d’Elsa, in provincia di Siena. Il resto sono tecnicamente delle associazioni culturali dove si prega e si fa attivismo sociale e culturale.
L’Emilia Romagna è la seconda regione dopo la Lombardia per numero di luoghi di culto musulmano con circa 130 edifici religiosi su poco più di 800 centri islamici esistenti oggi a livello nazionale. A Piacenza e provincia ne sorgono quattro nei decenni ‘90-’00: il centro islamico di strada Caorsana, quello di via Mascaretti e le sale di preghiera di Borgonovo val Tidone e di Fiorenzuola.

“Il musulmano piacentino “tipico” è un padre di famiglia di origine marocchina che fa l’operaio, il magazziniere o il facchino e che ha mandato con il sudore della sua fronte i figli a scuola e poi all’università. Così’, oggi, sta emergendo in città una seconda generazione colta e consapevole della propria identità complessa; giovani che fanno gli imprenditori, gli ingegneri, i medici, gli educatori”, osserva Yassine Baradai, direttore del Centro della Comunità Islamica di Piacenza e Provincia.
La “moschea” di strada Caorsana è la più ampia e frequentata del territorio, punto di riferimento per migliaia di musulmani. Al venerdì, quest’angolo della periferia si popola di 2000 fedeli che accorrono per la preghiera in congregazione.
Nata nel 2007 da una scissione con la prima comunità islamica in città, la “moschea” di strada Caorsana è oggi uno dei Centri Islamici più importanti e moderni d’Italia. La struttura dell’edificio, un tempo adibito a magazzino industriale, richiama tutti gli elementi architettonici tipici di una moschea araba: dalla scala antincendio a forma di minareto all’ampio giardino interno con fontana centrale, ornata da eleganti piastrelle.
All’interno, la “moschea” si articola su due piani, al secondo ha sede l’Istituto Averroè, la scuola di lingua araba per i figli dei musulmani ma anche per italiani. Le donne hanno i loro spazi e la loro sala da preghiera separata da quella degli uomini. Il grande cortile e il giardino del Centro sono sede di convegni, conferenze e feste religiose comunitarie sempre aperte a tutta la cittadinanza.
I rapporti consolidati con le precedenti amministrazioni in città, che partecipavano attivamente alle iniziative intercuturali lanciate dalla “moschea”, sono oggi sensibilmente cambiati. Le relazioni con l’attuale giunta sono più fredde, distanti ma “ sempre corrette e formali, il sindaco non ci ha mai negato un appuntamento o un incontro”, puntualizza Baradai.

Anche a livello di organizzazione interna il Centro di strada Caorsana presenta aspetti sofisticati, con una separazione delle funzioni e dei ruoli. L’aspetto spirituale è curato dal’imam Yaseen Yafii, un religioso yemenita laureato in scienze islamiche. Mentre le questioni modane, laiche, vengono curate dal direttore del Centro, Yassine Baradai, responsabile di organizzare la vita comunitaria, coordinare le attività culturali e fare da portavoce.
Quest’ultimo, di origine marocchina, è dal 2015 il volto istituzionale della “moschea”: E’ giunto da Milano con il preciso incarico di gestire una realtà in piena crescita. Ha un passato da manager per Islamic Relief Italia, una organizzazione umanitaria internazionale che aiuta le popolazioni musulmane in stato di sofferenza. Inoltre, dal 2017, Yassine Baradai è segretario generale dell’Ucoii (Unione delle Comunità Islamiche Italiane), la principale organizzazione islamica in Italia, di ispirazione conservatrice e ritenuta vicina ai Fratelli Musulmani.
In città c’è anche la “moschea“ di via Mascaretti, un piccolo edificio sede del secondo centro islamico della città. Quest’ultima si trova in zona piazzale Torino. Il posto, un ex fonderia, non è neanche un Centro, men che meno una moschea. E’ una “mussala”, che in arabo significa una semplice sala di preghiera che può ospitare al massimo 60 persone.
A guidarla da 30 anni è Mohamed Shemis, un artigiano egiziano che cumula le funzioni di presidente e imam. Shemis, laureato in ingegneria all’’Università del Cairo, è uno dei primi musulmani a stabilirsi a Piacenza. Non è diplomato in teologia islamica, si è guadagnato i galloni sul campo perché, fra i primi immigrati islamici della città, era il più colto. “Molti di loro, erano semi-analfabeti, facevano fatica a leggere il Corano”, ricorda l’imam.
Shemis è un po’ la memoria storica delle varie ondate migratorie dei musulmani in città: “All’inizio eravamo in pochi, il primo nucleo di islamici è arrivato alla fine degli anni ‘80, poi sono arrivati gli algerini che fuggivano dal terrorismo, dopo i bosniaci e i kosovari, reduci dalle guerre yugoslave, e poi tutti gli altri. Oggi molti dei nostri fedeli sono richiedenti asilo sbarcati da Lampedusa”.
I Centri Islamici in provincia sono minuti, scarni e funzionali alle esigenze dei lavoratori che faticano nei cantieri e nelle grosse aziende fuori città e che non possono permettersi di recarsi a Piacenza alla “Grande moschea” di strada Caorsana per le cinque preghiere.
Cosi sono nati, nel 2000, il centro di Borgonovo, gestito da fedeli marocchini, e ne 2002 quello di Fiorenzuola, unico centro amministrato da africani sub-sahariani, prevalentemente originari del Burkina Faso.




