
Se n’è andato Gianni Rubini. Mi piace pensare che si sia goduto la partita di mercoledì fino al 95esimo. Che si sia detto: sarà anche una valle di lacrime, ma per certe soddisfazioni vale la pena esserci. Non lo conoscevo. Aveva un ruolo importante nel Piacenza Calcio, e per quello ho avuto modo di scambiare qualche parola. Scambio impari: alle mie brevi domande seguivano suoi lunghi racconti. Ci sapeva fare, è sicuro, nel lavoro e nelle storie. Gli chiesi perché se ne fosse andato da Piacenza a Parma. Rispose che non gli rinnovarono il contratto, così accettò la proposta ducale. “La prima mattina mi presento in sede. Non mi spiegano nemmeno il lavoro, sono nel settore da anni. E così, in mezz’ora di strada, son passato da gestire una ventina di calciatori tutti italiani, a gestirne un centinaio che parlavano tutte le lingue del mondo. Ma se sai il dialetto, vai ovunque”. Verificai questa tesi qualche anno dopo. Tornavamo da una trasferta a Trieste. Era un sabato, cambiava anche l’ora quella notte. Buona partita, ma ci fu l’infortunio di Guardalben a guastare la serata. Alla stazione di servizio troviamo la squadra. Vedo Rubini. Lo avvicino. Gli chiedo: “Cos’ha fatto Matteo?” Smorfia di disappunto e accarezzando il retro coscia, rispose : “Eh, l’ha sintí tiré… Roba longa”.
Non ci conosciamo Gianni, ma stasera mi sento come se avessero rubato la scatola in cui tengo le foto di famiglia.




