di Elena Caminati – Lamin, Jaja, Kevin sono alcuni dei giovanissimi africani che stanno concludendo il percorso di accoglienza a Ponte dell’Olio. In tutto sono 15, vivono insieme in paese, cucinano la spesa che gli viene portata dagli operatori della cooperativa Ippogrifo, hanno i turni per la pulizia della casa e della biancheria. Per cercare di convivere in modo ordinato rispettando le esigenze di tutti. Il primo ostacolo, appena arrivati in italia, è stata la lingua, per questo frequentano il corso di italiano con una insegnante del CPIA. Con loro l’insegnante ha impostato due livelli di insegnamento dell’italiano. Con il tempo oltre alla grammatica, viene più facile anche costruire rapporti umani: ci si affeziona, e il momento della scuola diventa anche un luogo di confidenze. “Con alcuni di loro si è creato un bel rapporto – ci conferma Stefania Tagliaferri insegnante CPIA – fa piacere quando qualcuno di loro pensa addiruttura di invitarmi al suo matrimonio”. Uno di questi è Ramin che sta concludendo il progetto di accoglieza durato due anni. Accanto a loro ci sono gli educatori che li accompagnano nell’adempimento delle pratiche burocratiche, nel rinnovo delle tessere sanitarie, nella redazione dei curricula in vista di un futuro lavorativo e nel rapporto con le agenzie interinali. Milena li segue tutti i giorni dall’agosto scorso. “Quello che va sottolineato – ci spiega Milena Bolzoni della cooperativa Ippogrifo che segue fin dall’inizio la gestione a Ponte dell’Olio dei richiedenti asilo – è che lavoriamo con gruppi di ragazzi diversi. Il tempo di permanenza è stabilito per ciascuno di loro. C’è un continuo ricambio che si sussegue durante l’anno. Le relazioni spesso vanno avanti anche oltre la durata del progetto perchè c’è un lavoro che richiede molto impegno. Si creano relazioni, rapporti di fiducia, è un grande investimento da parte nostra ma spesso abbiamo un grande ritorno”.
I rapporti, e così la fiducia, si consolidano con il tempo, una fiducia che, tra l’altro, non è per nulla scontata. Eppure qui è accaduto che i ragazzi vedano negli eudcatori dei punti di riferimento importanti. “Lavoriamo sui piccoli numeri, in modo che si possano seguire quasi singolarmente – spiega Milena – credo che se si imposta un lavoro educativo dove viene riconosciuta la persona c’è un grande rispetto degli educatori verso di loro e viceversa”.
Eppure le cose non sono andate fin da subito per il verso giusto, ma a poco a poco; i primi richiedenti asilo, una quindicina di giovani provenienti dal Mali, sono arrivati a Ponte dell’Olio nell’agosto di due anni fa, al Comune è stata data comunicazione un paio di giorni prima del loro arrivo.
“Il Comune è stato completamente bypassato – ci spiega l’assessore Ivonne Marenghi – e questo non ci ha dato il tempo di informare la popolazione, ma lentamente la situazione si è normalizzata”. I ragazzi sono stati inseriti nel programma di accoglienza corsi di italiano di primo e secondo livello con gli insegnanti del CPIA, Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti di Piacenza, nei locali messi a disposizione dal Comune. Sono stati anche iscrtitti nell’albo del volontariato civico affiancando cantonieri e ufficio tecnico nei lavori sul territorio. Alcuni hanno ottenuto il diploma della Scuola Edile come muratore e piastrellista. Passato il periodo dell’accoglienza, il mondo fuori è una incognita. Nel senso che questi ragazzi hanno ottenuto i documenti e sono fuori dal progetto, sono liberi di farsi una vita. Ma non sono indipendenti, almeno economicamente.
Lamin ha termianto il percorso di accoglienza di due anni tra Piacenza e Ponte dell’Olio. Come lui, tra breve, anche altri si troveranno nella stessa situazione. Ci hanno richiamato loro in aula, dove con l’insegnante stavano terminando il corso di italiano. Li abbiamo ritrovati preoccupati, e forse anche rassegnati verso un futuro che non ha nulla, almeno un po’, di definito. Al termine dei due anni hanno ottenuto i documenti che gli permettono di uscire dal sistema di accoglienza; la lingua italiana, per molti di loro, non è più sconosciuta, alcuni hanno ottenuto un riconoscimento dalla scuola edile come muratori o piastrellesti. Ma questo è abbastanza? Ce lo domandiamo anche noi, perchè molti di questi ragazzi che escono dal circuito dell’accoglienza oggi sono allo sbando, nel senso che non hanno lavoro, né una casa perchè non possono permettersi di pagarsi un affitto. Questo dimostra che dietro ad ognuno di loro c’è un mondo, che per due anni probabilmente pecca di essere troppo ovattato e poco reale. Il problema dell’occupazione non sono certamente i soli a subirlo, questo è vero. Ma loro fanno parte di un sistema che, a parte qualche rara eccezione proprio come è accaduto a Ponte dell’Olio dove un ragazzo ora lavora presso una ditta del luogo, li vede proiettati a cercarsi da soli un lavoro, e se va male a girovagare senza soldi in giro per l’Italia.
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