Un paese che vive una crisi non solo economica ma anche di identità e che non è in grado di orientarsi, zavorrato anche da un costo del lavoro troppo alto. Questo è il quadro tracciato dall’economista ed ex-sindaco di Piacenza Giacomo Vaciago, intervenuto alla “XII Lezione Mario Arcelli” tenutasi recentemente all’Università Cattolica di Piacenza, a cui hanno partecipato anche Paolo Guerrieri, senatore ed ordinario di Economia all’Università La Sapienza di Roma, Alessandro Profumo, presidente Equita, e il vicesindaco di Piacenza e docente alla facoltà di Economia della Cattolica, Francesco Timpano. Vaciago, in particolare, ha affrontato il problema, di fondamentale importanza per l’Italia, di come tornare a crescere. Dal 2007, infatti, secondo l’economista piacentino, è tutto il mondo ad aver vissuto una crisi molto evidente ma, l’Italia non sembrava in grado di crescere già da prima: “Fra le alterne vicende dell’Ottocento e del Novecento” spiega Vaciago “il benessere materiale degli italiani si è innalzato”, ma, nonostante le migliori condizioni economiche “dopo il ristagno seguito alla recessione del 1992 la società italiana è sospesa, preoccupata per il futuro”. Per Vaciago l’Italia vive “una crisi profonda, di orientamenti e di identità” che va, quindi, oltre la semplice crisi economica, ma che, secondo Vaciago si può risolvere “in positivo oppure regredire come altre volte nel passato è accaduto”. L’Italia è, ormai, un paese poco attraente per gli investimenti e per le aziende, che sta “bruciando” le sue migliori risorse: “è stato eroso uno stock di capitale” prosegue Vaciago “e il progresso tecnico è svanito. È venuto meno il manifatturiero” che l’economista definisce “spina dorsale della produzione, oggi ferma al 20% rispetto ad altri Paesi dell’Eurozona” che hanno nel manifatturiero la punta di diamante della propria economia. Una situazione non certo rosea, ulteriormente peggiorata e “zavorrata” da un costo del lavoro, che, secondo Vaciago, è ormai insostenibile: “Dal 2000 al 2014 è cresciuto del 40%, mentre negli stessi anni in Germania è rimasto fermo”. Guardando alla ciclicità degli eventi, Vaciago spiega che, anche se negli ultimi 70 anni abbiamo avuto una recessione ogni dieci “la gravità di oggi sta nel fatto che si scontrano recessione e crisi e non siamo in grado di recuperare i tassi di crescita”. La soluzione per uscirne è da trovare a livello strutturale ma Vaciago spiega che non è possibile, senza investimenti, sia pubblici che privati: “dobbiamo mettere in atto tutte le nostre conoscenze acquisite” spiega “c’è un enorme bisogno di infrastrutture, dalle scuole alle carceri, dalle strade a elementi che siano in grado di favorire un aumento della produttività”. La crescita garantisce anche una condizione che sembrava ormai normale in Italia, cioè che ogni generazione viva meglio della precedente: “Non è più vero purtroppo” continua Vaciago “per vivere una vita migliore i giovani devono andarsene da questo Paese”. Una posizione netta, che fa suonare anche un campanello d’allarme a lungo termine “se i figli del benessere hanno ancora usufruito dei vantaggi generazionali, per i nipoti il problema è strutturale e per questo occorre adeguare l’economia alla terza rivoluzione industriale”. Per Vaciago, quindi, l’Italia deve “mettersi in regola” con l’innovazione tecnologica e con le nuove economie, anche a livello locale: “Oggi” conclude Vaciago “ottomila Comuni non hanno un motore che favorisca nuovi processi lavorativi”.




