Opinioni – Antonella Lenti: “Malate oncologiche,
a metà cura scatta il fai da te”

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opinioni - antonella lentiLa lettera di Antonella Lenti, giornalista di Libertà e a lungo direttrice di Corriere Padano, ha il valore di un’inchiesta sulla sanità. Antonella, in questo caso, è giornalista e paziente: come tale, con il rigore che contraddistingue la professione, porta all’attenzione dei lettori (lo ha fatto domenica 3 maggio sul suo giornale, lo fa ora sul nostro), un aspetto grave, assai grave, che riguarda “l’abbandono” a se stessi dei pazienti oncologici ancora in piena terapia. Lo pubblichiamo e lo sottoponiamo anche all’attenzione dei nostri lettori perché ci sembra giusto e doveroso dare risalto a un tema, a nostro giudizio, di primaria importanza.

Gentile direttore generale dell’Ausl di Piacenza,
Le scrivo questa lettera aperta perché sono stata malata di cancro al seno e sono stata operata e curata nelle strutture piacentine. La sanità l’ho vissuta da vicino, prima da giornalista raccontando le cose della politica sanitaria della nostra provincia, poi da malata frequendando via via i reparti che ti accolgono quando ti fanno una diagnosi di tumore al seno.
Tanti sono gli angoli della cittadella sanitaria che diventano i tuoi luoghi della speranza. Qui medici, infermieri e tecnici sono sempre al tuo fianco disponibili a lottare con te contro l’anonimo aggressore che ti ha colto alle spalle.
Vivi dal vero quella che i direttori generali che si sono succeduti negli ultimi dieci anni hanno sempre sintentizzato bene con un’espressione precisa: presa in carico del paziente. Dove la persona ammalata è accompagnata per mano lungo la strada in fondo alla quale spera di trovare la luce. Guai se si abbandonasse questo virtuoso meccanismo che, ne sono convinta, già esso stesso aiuta a sentirsi curati. Già da solo aiuta il tuo corpo a mettere in campo risorse necessarie per lottare contro la malattia.
Qualche incrinatura in quel concetto o dichiarazione d’intenti mi sembra che si sia aperta.
Per due ragioni mi pare di capire: la spinta alla riduzione delle prestazioni per ragioni di finanza a cui si aggiungono anche ragioni organizzative interne.
Credo che se una persona viene presa in carico per un periodo di tempo è perché quella malattia potrebbe avere conseguenze pesanti per alcuni anni a venire, per il cancro si conteggiano in cinque quelli cruciali. Se a metà di questa strada si lascia a se stesso il malato, si addossa al singolo individuo il compito di organizzarsi i controlli, fare le file per essere visitato, per avere le analisi, allora è come lasciare a se stesso un bambino che ancora non ha le ossa robuste per reggersi in piedi.
E proprio di ossa si tratta. Cito un episodio vissuto in prima persona.
Dopo la prescrizione della terapia ormonale che devo fare per cinque anni (l’ho iniziata nel 2012) sono stata immessa in un percorso di controllo stretto perché questa terapia oltre alle proprità benefiche per le operate di tumore al seno ne ha altre malefiche. Tra queste la capacità, come dico io impropriamente, di smangiare le ossa e consumare calcio.
Al primo approccio con questo nuovo percorso mi sono sentita protetta e al sicuro perché, ho pensato, se è un’altra sfortuna che si aggiunge, almeno c’è un luogo fisico con persone attente e competenti che mi aiutano e mi possono tenere sotto controllo e, per dirla con i politici della sanità, mi prendono in carico.
Bene. Fatte le analisi del sangue per cercare i valori che testano la perdita di calcio ho dovuto fare la Moc. Fatta la prenotazione a Castelsangiovanni entro due settimane tutto concluso. Questo succedeva nel 2013.
In queste settimane ho dovuto fare un secondo step di questo screening perché sono passati due anni dalla prima Moc.
Rifaccio la trafila, ma scopro che quel sistema protetto per le donne ammalte di tumore al seno non c’è più. E mi domando: allora è stato solo per caso che mi ci sono imbattuta? Ma è intervenuta la forbice… troppo costoso, evidentemente. Così dopo gli esami prenotazione Moc in farmacia. Mi conforta leggere la data… 17 marzo, dice la carta e penso ingenuamente: così si completano gli esami fatti. Peccato che il 17 marzo fosse quello del 2016. Così per avere il quadro completo delle mie ossa ho fatto l’esame privatamente. Non è una questione di soldi anche se – si badi bene – le malate di tumore hanno il codice 048 per l’esenzione dai tickets ed è perciò paradossale pagare un esame per intero. Ma il problema che voglio sollevare è ben altro.
Mi spiega cosa significa “presa in carico” se una persona con una patologia da sorvegliare per cinque anni viene, a metà del percorso, abbandonata a se stessa per uno dei più importanti effetti collaterali prodotti dalla medicina ormonale prescritta alla quasi totalità delle donne ammalate di tumore al seno? E’ possibile che queste donne – mi risulta se ne siano accumulate circa 700 negli anni – baciate in fronte dall’esperienza del cancro siano immesse nel circuito normale della Moc? Fare gli esami del sangue per valutare i valori del calcio nel 2015 e la Moc nel 2016, signori della sanità, in che relazione razionale stanno?
Quanti ammalati in questo modo si perdono per strada? Quanti non essendo più accompagnati e seguiti nei cinque anni fatidici lasciano perdere prima per innumerevoli ragioni tra cui l’età anagrafica, i problemi familiari, la distanza dal luogo di cura e di verifica, ragioni che spesso possono superare il diritto-dovere di mantenersi sani?
Voi direte, costa troppo seguire tante persone visto che il cancro è una malattia che si allarga a macchia d’olio.
Avete mai pensato quanto costerà una persona non curata bene se ricadesse nella malattia? Forse di più.

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