Lo strappo era nell’aria da tempo: quel matrimonio tra Partito Democratico e Sinistra per Piacenza nel Comune di Piacenza non funzionava più da troppo tempo. Almeno da quando il consigliere comunale di Rifondazione Comunista Carlo Pallavicini iniziò i primi fiancheggiamenti ai Sì Cobas di fronte ai depositi della logistica, Ikea e non solo. Da quel momento le ripercussioni in Consiglio comunale sono state evidenti nella fasi di votazione dei provvedimenti più importanti adottati dall’amministrazione Dosi, sintomo di una distanza sempre più divaricata e sempre più incolmabile. E poi la questione della ripubblicizzazione dell’acqua, quella delle unioni civili, quella della Pertite, quella ancora della chiusura dell’inceneritore e via discorrendo. Troppe crepe. Mancava davvero solo il coraggio di dirsi addio, una volta per tutte.
Rifondazione si è preso il coraggio, anche se un coraggio un po’ sospetto visto che arriva a pochi giorni dalle elezioni Regionali. Qualche giorno fa il partito del segretario David Santi comunica pubblicamente la decisione (o l’intenzione, non si è ancora capito bene) di uscire dalla maggioranza di centrosinistra in Comune, quella praticamente monocolore Pd (se si eccettuano le posizioni più autonome del gruppo dei Moderati di Roberto Colla e Lucia Rocchi). Se tuttavia la volontà era quella di fare un dispetto ai democratici, forse Rifondazione ha fatto male i calcoli. Più che un dispiacere, per il Pd e per la giunta Dosi, questo strappo ha quasi il sapore di un sollievo. Da tempo, soprattutto dalla svolta renziana in poi, l’interrogativo che andava per la maggiore era “perché continuare a Piacenza un’esperienza simil-Ulivo che appartiene ormai al Paleolitico della politica?” Ecco perché nei giorni scorsi alla sede del Pd per poco non stappano le bottiglie di champagne.
Anche senza il voto di Pallavicini in aula, come dimostra ad esempio quanto accaduto sull’ultimo bilancio e sulla votazione della pratica di Borgofaxhall, la maggioranza ha sempre mostrato l’autosufficienza numerica per governare. Quindi, poco male. Tuttavia c’è ancora un filo a cui è appesa l’alleanza. Quello tenuto dal sindaco Paolo Dosi che – forse anche per un comune sentimento di umanità e sicuramente per il valore della persona e del lavoro finora svolto – si è rammaricato della decisione del Prc e ha rinnovato la sua fiducia all’assessore all’Ambiente Luigi Rabuffi. Qualcuno nel Pd non ha preso benissimo l’uscita del primo cittadino, forse anche in prospettiva di un rimpastino in giunta che dopo le elezioni appare sempre più probabile (anche in considerazione dell’eventuale ingresso a Bologna dell’assessore Katia Tarasconi) e dove si potrà irrobustire la colonia Pd. Quello si vedrà. Nel frattempo ci ha pensato lo stesso Rabuffi, da gran signore ma sicuramente mandando giù un boccone amarissimo, a chiarire: “Se la verifica tra Prc, Sel e Comunisti italiani confermerà l’intenzione di voler uscire dalla maggioranza, io ne prenderò atto e mi dimetterò”. La verifica avverrà dopo le elezioni. Ma nel frattempo mentre i Comunisti italiani si sono associati ai cugini del Prc, Sel (alleata del Pd alle Regionali) ne ha invece preso le distanze tacciandola di mossa elettorale. In questa confusione di posizioni, una cosa sembra certa: siamo al de profundis dell’esperienza di Sinistra per Piacenza.




