“Ho rivisto i miei figli, i miei cari, adesso andiamo bene, finalmente ho visto la luce”. Sono le parole commosse di Marco Vallisa (nella foto), l’ingegnere 53enne di Cadeo rapito in Libia nel luglio scorso.
Oggi è un uomo libero, libero di abbracciare i suoi tre figli, la moglie Silvia e tutta la comunità di Cadeo che lo ha atteso per quattro lunghissimi mesi. Nel suo secondo giorno di libertà, la prima cosa che ha fatto è stata tagliarsi quella lunga barba incolta, in un certo senso, simbolo della sua prigionia, un taglio con il passato. “Stamattina appena sveglio, sono stato assalito dai miei figli che mi hanno detto: papà ti dobbiamo baciare, tagliati la barba, e così ho fatto” ha detto Vallisa ai giornalisti che lo hanno raggiunto all’ingresso di casa.
Era il 5 luglio scorso quando una mattina uscito di casa in Libia dove si trovava a lavorare per la Piacentini Costruzioni, Vallisa si è visto puntare tre pistole alla testa, bendato, legato e caricato su un furgone da un gruppo di estremisti islamici. Mai un contatto con il mondo esterno, solo qualche video registrato ogni tanto per dimostrare che lui, la merce di scambio, era vivo. Quattro mesi chiuso in una stanza, bendato e ammanettato, un incubo anche se la speranza di uscire vivo Vallisa non l’ha mai persa. “Percepivo che c’era tanta attenzione nei miei confronti, e questo significava che, prima o poi la mia prigionia sarebbe finita, anche se è stata durissima – racconta con le lacrime agli occhi – quattro mesi chiuso in una stanza il tempo non passa mai e ti vengono in mente i figli, la famiglia che stanno vivendo giorni di angoscia. Gli ultimi dieci giorni i rapinatori hanno cercato di rimettermi in forza, allora ho capito che finalmente il ritorno in Italia sarebbe stato vicino, ma è stata una prigionia davvero dura”. Fuori la guerra, le bombe sopra la testa e il pensiero di non poter dare notizie di sè alla propria famiglia, hanno logorato un uomo che nonostante tutto ha mantenuto intatta la sua tenacia e la sua forza. Oggi il pensiero è quello di rimettersi in salute, di riacquistare quei venti chili persi e di lavorare. “Certo che voglio tornare al mio lavoro – ha risposto alla stampa – ho tre figli che hanno bisogno di me, nessuno si può permettere di non lavorare. Dopo essermi rimesso spero di tornare alla Piacentini Costruzioni, con la quale mi sono sempre trovato benissimo”. “Nonostante i mesi di prigionia che lo hanno provato fisicamente, Marco ha dimostrato di avere un carattere fortissimo – ha detto il sindaco di Cadeo Marco Bricconi – la sua mente è già proiettata al futuro, questo significa che vuole rimettersi in fretta. Abbiamo chiacchierato per un’ora e l’ho trovato quello di sempre, nonostante sia dimagrito, psicologicamente ha retto bene”. Insieme al primo cittadino c’era anche il parroco Don Umberto Ciullo: “E’ stata davvero una sorpresa arrivare e vedere l’accoglienza che ci hanno riservato Marco e la sua famiglia. Sono stato colpito dalla sua intraprendenza e dalla sua tenacia che gli daranno la forza di tornare presto alla normalità”.
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