scritto da Redazione Online Lug - 28 - 2017 TAG:

La siccità che ha colpito il territorio piacentino – crisi senza precedenti negli ultimi 25 anni – riporta d’attualità la questione della carenza idrica in Val Trebbia. La condizione di criticità – dovuta alla prolungata assenza di precipitazioni che ha caratterizzato l’anno in corso – ha reso necessaria la dichiarazione dello stato di emergenza, decretata dal Consiglio dei ministri lo scorso 22 giugno, che ha messo a disposizione ulteriori mezzi e risorse necessari a garantire alla popolazione l’approvvigionamento idrico. “Un primo stanziamento di 8,6 milioni di euro per Piacenza e Parma servirà per la ricerca di nuovi pozzi, il pompaggio dalle falde e il ricorso alle autobotti – ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Galletti – Oggi noi stiamo gestendo la carenza di acqua come un’emergenza ma sta diventando la normalità. Per questo servono nuovi invasi: dei 300 miliardi di metri cubi d’acqua che in Italia cadono ogni anno secondo i dati Ispra, riusciamo a captare solo l’11 per cento. E’ troppo poco”.
Nel frattempo, dopo la lettera alle autorità liguri firmata da tutti i comuni rivieraschi del Trebbia per ottenere più acqua dalla diga del Brugneto, una delegazione di sindaci, insieme all’ex consigliere provinciale della Lega Nord Giampaolo Maloberti, si è recata dal presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. I primi cittadini firmatari hanno chiesto di aumentarre il rilascio dal versante ligure per soddisfare il fabbisogno idrico della vallata, non solo in relazione alle esigenze agricole, ma anche per l’utilizzo civile e turistico. Un fabbisogno che si avvicina ai 10 milioni di metri cubi d’acqua.
A questo proposito, da tempo l’avvocato Umberto Fantigrossi segnala “lo stato di totale illegalità che riguarda la diga del Brugneto, vero e proprio rubinetto in grado di deviare verso Genova la grande parte delle acque che naturalmente defluirebbero verso il piacentino”. Posizione isolata ed inascoltata (“ritengo per ragioni politiche” sospetta Fantigrossi) che prova ad illustrare ancora una volta sul suo blog facendo ricorso a una cronologia essenziale (il testo completo qui sotto), derivata dallo studio della documentazione raccolta.
In estrema sintesi – dalla documentazione citata da Fantigrossi – la vecchia concessione per la derivazione di acque dal Brugneto risulta scaduta e non vi è stato nessun rilascio di una nuova concessione né alcun tipo di legittimazione della derivazione. “Certo il furto d’acqua non è più reato ma solo un illecito amministrativo – dice Fantigrossi – Ciò non toglie che andrebbero attivati i rimedi previsti dalla legge, quindi la dichiarazione di revoca o decadenza della vecchia concessione non più utilizzata dal titolare né trasferita ad un nuovo (che andrebbe comunque scelto sulla base di una procedura di gara), con conseguente ritorno in capo allo Stato e quindi al pubblico della proprietà della diga”.

diga del Brugneto

“Tornando al nostro amato Trebbia – spiega ancora Fantigrossi – non riesco a comprendere come nessuno prenda in seria considerazioni il dato di fatto da cui occorrerebbe partire. Verso Genova, grazie alla diga che c’è già, viene deviata una buona parte dell’acqua che naturalmente andrebbe a bagnare il territorio di Piacenza con beneficio dell’ambiente, dell’agricoltura e del turismo e questo avviene per effetto di una concessione che prevede quantitativi stabiliti alla metà del secolo scorso, sulla base di una previsione di incremento demografico del capoluogo ligure che non si è realizzata. Inoltre: il contesto delle esigenze liguri è oggi totalmente diverso anche per effetto della cessazione di molte attività industriali che richiedevano grandi quantitativi di acqua; il Comune di Genova ha ceduto la proprietà della diga, con un atto che il Tar della Liguria ha dichiarato essere nullo; la concessione non è mai stata trasferita dalle competenti autorità all’attuale possessore, che è quindi un gestore di fatto che preleva acqua senza titolo ed andrebbe sanzionato (ed invece lucra sugli incentivi per la produzione di energia da fonte rinnovabile (incredibile ma vero); secondo la disciplina legale attuale nessun gestore di un pubblico servizio o chi comunque goda in esclusiva di un bene pubblico può essere scelto senza una gara; i trasferimenti di acqua da una regione all’altra necessitano di una procedura di intesa formale (e non di semplici accordi politici) non solo tra le due regioni ma con l’intervento e l’approvazione del ministero dell’ambiente”.
“Come si vede – già scriveva Fantigrossi un anno fa – nulla di tutto è all’ordine del giorno, il che conferma che in questa valle si mostra a tutto tondo che il nostro Paese, come dice da tempo il prof. Cassese, è ormai uno Stato “a-legale”, nel senso di “senza legge”. Parliamone e comunque, prima di fare una nuova diga, mettiamo a norma quella che c’è già e diamo a Piacenza e ai piacentini tutta l’acqua di cui hanno buon diritto e renderebbe la Valtrebbia più bella e più ricca”.

 

Nuove dighe in Valtrebbia: prima mettiamo a norma quella che c’è

Umberto Fantigrossi

La questione della carenza idrica in Valtrebbia torna anche quest’anno se possibile con connotati di gravità ancora maggiori rispetto al passato. Si lamentano gli agricoltori che devono far ricorso maggiore ai pozzi con tutti i relativi costi, gli operatori turistici per la perdita delle potenzialità attrattive della balneazione, i paladini dell’ambiente che giustamente reclamano la tutela del fiume come bene ambientale. Da anni il sottoscritto segnala lo stato di totale illegalità che riguarda la diga del Brugneto, vero e proprio rubinetto in grado di deviare verso Genova la grande parte delle acque che naturalmente defluirebbero verso il piacentino. Posizione isolata ed inascoltata (ritengo per ragioni politiche) ma che provo ad illustrare ancora una volta facendo ricorso a questa cronologia essenziale, derivata dallo studio della documentazione da me raccolta e che ho messo da tempo a disposizione di tutti coloro che sono interessati al problema.
In data 10 marzo 1950 e, successivamente, il 5 agosto 1953, il Comune di Genova presenta richiesta al Ministero dei Lavori Pubblici di concessione di grande derivazione d’acqua ad uso potabile e per la produzione di energia elettrica dal torrente Brugneto (affluente del fiume Trebbia).
In data 12 gennaio 1962, con Decreto Interministeriale n. 80 (il relativo disciplinare è del 5 agosto 1960 n. 10139 e suppletivo del 21 febbraio 1987, n. 93), veniva rilasciata al Comune di Genova la concessione, la quale permetteva allo stesso di avvalersi di un serbatoio da cui derivare l’acqua necessaria ad alimentare l’acquedotto civico di Genova. Il Decreto poneva due diversi termini di scadenza della concessione, entrambi a decorrere dal 1954: uno di 70 anni per l’uso potabile dell’acqua e l’altro di 60 anni per la produzione di energia.
In data 28 dicembre 2000 il Comune di Genova presentava istanza al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio per il rinnovo della concessione ai sensi dell’art. 23, commi 7 e 8 del d.lgs. n. 152/99. Tale disposizione, infatti, aveva introdotto un limite massimo di trenta anni per la validità delle concessioni (non applicabile peraltro a quelle di grande derivazione idroelettrica), con possibilità di proseguire fino alla scadenza originaria, previa presentazione di domanda di rinnovo entro un anno dall’entrata in vigore della norma.
In data 16 luglio 2003, con atto notarile n. rep. 72.585, la proprietà della diga è trasferita dal Comune di Genova alla società A.M.G.A. S.p.A., oggi confluita in Iride Acqua Gas S.p.A. in seguito a fusione societaria. Nello stesso atto il Comune assumeva l’obbligazione (pag. 16, punto 5 dell’atto) di formalizzare le istanze volte a consentire il subentro di A.M.G.A. S.p.A. nelle relative concessioni; tale subentro, a norma dell’art. 20 del R.D. n. 1775/1933, è difatti vincolato al previo ottenimento del nulla osta ministeriale e, in mancanza, il cessionario non è riconosciuto come titolare dell’utenza. L’art. 17 dello stesso, peraltro, nel vietare la derivazione di acqua pubblica svolta in assenza di provvedimento autorizzativo, pone a presidio della condotta una sanzione amministrativa. Il Tar della Liguria con la sentenza n. 1717 del 2004 ha dichiarato che l’atto di vendita della diga è nullo, stante il carattere demaniale del bene, ma lo ha fatto in un giudizio avviato con un ricorso dichiarato inammissibile per difetto di interesse di chi lo aveva proposto. La questione potrebbe comunque essere risollevata in ogni tempo.
Attualmente la diga viene gestita dalla Società Mediterranea delle Acque S.p.A., società del Gruppo Iride S.p.A., soggetta a direzione e coordinamento di Iride Acqua Gas S.p.A.
Non risultano, tuttavia, effettuati subentro e relativa voltura in favore dell’attuale gestore, Società Mediterranea delle Acque S.p.A., né risulta sussistente titolo in base al quale la suddetta società gestisce l’impianto, che è di proprietà di Iride Acqua Gas S.p.A.
Con nota del 17 maggio 2006, il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio chiede di avere copia della richiesta di rinnovo della concessione presentata dal Comune di Genova il 28 dicembre 2000, al fine di verificarne la tempestività di presentazione e, quindi, la possibilità di riconoscere l’originaria scadenza. Per la produzione di energia, il mantenimento dell’originaria scadenza è previsto dall’art. 12, comma 8, del d.lgs. n. 79/99. La stessa norma prevede che cinque anni prima della scadenza (quindi, nel 2009), l’Amministrazione competente, “ove non ritenga sussistere un prevalente interesse pubblico ad un diverso uso delle acque, in tutto o in parte incompatibile con il mantenimento dell’uso a fine idroelettrico”, indice una gara ad evidenza pubblica per l’attribuzione della nuova concessione trentennale.
In data 12 luglio 2013, viene sottoscritto un protocollo di intesa tra Regione Liguria, Regione Emilia-Romagna e Società Mediterranea delle Acque S.p.A., quale gestore di fatto dell’impianto, avente ad oggetto il rilascio in via sperimentale dall’invaso del Brugneto di un maggiore volume di acqua nel periodo estivo.
Il 29 luglio 2013, con nota prot. n. PG/2013/242478/63, il Comune di Genova, in risposta alla nota n. PG/2013/121927 in cui la Regione Liguria richiedeva parere dell’Amministrazione comunale sul protocollo d’intesa, subordinava il proprio formale assenso all’apertura di un tavolo di confronto, necessario in quanto il Comune non era firmatario dell’intesa stessa.
Il 13 agosto 2014, in nota prot. n. PG/2014/241878, il Comune di Genova, affermando di essere tuttora titolare della concessione a derivare, e, essendo stato il protocollo di intesa sottoscritto senza la sua partecipazione, prendeva atto del mancato coinvolgimento nelle trattative da parte dei firmatari e dichiarava di non poter, per tali ragioni, rilasciare atto di assenso sul protocollo, con conseguente invalidità dello stesso. Non mi risulta che successivamente a quest’ultimo passaggio sia intervenuto il rilascio di una nuova concessione né alcun tipo di legittimazione della derivazione. Certo il furto d’acqua non è più reato ma solo un illecito amministrativo. Ciò non toglie che andrebbero attivati i rimedi previsti dalla legge, quindi la dichiarazione di revoca o decadenza della vecchia concessione non più utilizzata dal titolare né trasferita ad un nuovo (che andrebbe comunque scelto sulla base di una procedura di gara), con conseguente ritorno in capo allo Stato e quindi al pubblico della proprietà della diga.
Umberto Fantigrossi

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