200 anni di DAF, in sintesi famiglia e lavoro: “Oggi investiamo sui dipendenti”

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GIORGIO E AGOSTINO FIORUZZI

Due secoli di Daf, 200 anni di storia: tra i più, il primo sentimento che ha destato è meraviglia.

L’assessore regionale Alessio Mammi, intervenuto ai festeggiamenti per la ricorrenza, ne ha tratteggiato il senso: «Non è scontato festeggiare 200 anni di attività di un’azienda. Siamo davanti a un esempio di continuità generazionale, di investimenti sulla qualità dei prodotti, di lungimiranza e anche di capacità di innovazione sia nelle tecnologie che nelle tipologie produttive».

Una storia che merita di essere esplorata soprattutto nella sua umanità di azienda famigliare: una storia sicuramente di imprenditori, lavoratori e delle loro famiglie e non ultimo del loro impegno sociale.

I clamori dei festeggiamenti si sono ormai sopiti ed il ritorno alla normalità favorisce quattro chiacchiere con Agostino Fioruzzi amministratore delegato di Daf.

La messa celebrata dal vescovo Adriano Cevolotto, l’intervento di autorità civili e imprenditoriali nella sottolineatura della straordinarietà dell’evento, la partecipazione commossa dei dipendenti storici, dei conferenti, praticamente di tutto il mondo di cui Daf è stata motore e protagonista fin dalla fondazione in quel lontano 1825…

Dott. Fioruzzi, è stata una giornata indimenticabile …

“Non dovrei essere io a dirlo, però è stato bello poter far conoscere la nostra storia, non solo al nostro personale, ma anche ai nostri agricoltori, ai nostri fornitori ed alle istituzioni. Gli agricoltori ed i fornitori ci conoscevano, ma non conoscevano tutta la storia: anche per loro è stata una sorpresa, non solo i 200 anni in sé, ma tutto il percorso che abbiamo affrontato nel corso dei due secoli. Poi c’è stato molto interesse da parte delle istituzioni: è importante che anche la politica si interessi al territorio”.

I commenti sono stati unanimi e molto significativi, cosa le è rimasto di tutto questo?

“Direi una grande soddisfazione. Aver poi ricevuto tante telefonate di ringraziamento e dimostrazioni di apprezzamento per l’azienda che siamo e per la nostra storia.

Più volte, assieme a mio padre abbiamo pensato dii cancellare l’evento perché in programma nel periodo di piena campagna e una nuova linea da gestire. Poi ci siamo riusciti.

Uno dei messaggi che volevo far passare era il nostro radicamento sul territorio. Penso sia giunto forte e chiaro: questo è stato motivo di orgoglio e soddisfazione perché spesso anneghiamo nella operatività quotidiana”.

Il presidente di Confagricoltura Piacenza Umberto Gorra vi ha caricato di grandi responsabilità: ha detto che siete molto importanti per il tessuto agricolo piacentino soprattutto per l’esempio che avete dato in questi anni con il coraggio e la capacità di innovare ed essere sempre avanti nell’evoluzione tecnologica…

“Gorra è stato molto gentile, siamo stati precursori in alcune cose, ma il mio obbiettivo è fare di più per cui sono contento che il presidente ci abbia dato questo ulteriore stimolo.”

Dopo aver scorso la vostra storia, mi sono chiesto: ma come avete fatto? Come è stato possibile mettere insieme i risultati che avete ottenuto in questi 200 anni? La vostra storia è segnata da passaggi importanti, vi siete poi impegnati in tanti progetti di settori diversi… Dalla filanda al mais passando attraverso la fornace da calce e da mattoni, la distilleria e il Grana Padano e altro ancora.

“Se guardiamo, dal punto di vista economico non è straordinario, ci sono mille altre aziende, anche qui nel Piacentino, che sono molto più giovani di noi e fatturano molto più di noi. Noi fatturiamo circa 20 milioni di euro con oltre 40 dipendenti e circa 70 stagionali nel periodo da maggio a fine ottobre: una significativa crescita del fatturato l’abbiamo ottenuta negli ultimi dieci anni.

Quello che è straordinario è essere arrivati alla settima generazione in mezzo a mille difficoltà. In Italia la piccola azienda è difficile che resista nel lungo termine: o diventa grande o viene acquisita. Oppure nel caso peggiore chiude. Il nostro modello imprenditoriale è un po’ sui generis: non è basato sulla crescita del fatturato a tutti i costi, ma soprattutto negli ultimi tempi sul benessere del personale e sulla sostenibilità ambientale. Per personale intendo non solo i dipendenti, ma anche il sottoscritto, mio padre, i componenti la direzione e la famiglia. Quest’anno sento di aver toccato il massimo dell’impegno: la scorsa estate sono arrivato a lavorare 80/90 ore a settimana. E poi, anche nei momenti non lavorativi la testa è sempre accesa. Ora finita la campagna, avendo la mente più libera, ho iniziato a dedicarmi ad alcuni progetti che ho nel cassetto. Ieri sono rimasto fino alle 2 di notte a pensare ad una riorganizzazione interna per gestire al meglio le attività che oggi ancora ci portiamo dietro con i difetti della piccola azienda. La ricerca di un miglioramento continuo l’ho ereditata da mio nonno che era il più creativo, mentre papà è l’esecutore: quello che controlla le coltivazioni, che gestisce i rapporti con i fornitori e facendolo con grande impegno, non li molla mai, come un mastino.  Ha realizzato inoltre l’impianto fotovoltaico che è stato un investimento molto azzeccato: il compito di lavorare sui nuovi prodotti ce l’ho io. È normale che nel corso di sette generazioni ci sia quella più esecutiva e quella più creativa: quindi sto cominciando a pensare cosa farà la Daf nei prossimi 15/20 anni”.

Considerando tutto ciò che ha detto fino ad ora si può dire che siete riusciti a mettere insieme la famiglia e il lavoro…

“Mia moglie non sarebbe molto d’accordo su questa affermazione… anche se suo padre era un imprenditore che lavorava nel mondo delle arance e quindi sapeva già cosa significa essere imprenditori… Comunque facciamo il possibile.

Per le donne della nostra famiglia la gestione del malumore dell’imprenditore non è banale: la ricerca di un equilibrio è molto difficile. È difficile anche per i nostri dipendenti, soprattutto d’estate, in alcuni reparti ci sono ritmi lavorativi molto impegnativi e quindi l’equilibrio con la famiglia non è facile. In futuro, stiamo pensando di concedere loro, pur in un periodo di lavorazione molto intensa, qualche giorno di ferie”.

Proviamo invece a considerare solamente il rapporto tra padre e figlio. Fino a non tantissimi anni fa, in famiglia come nelle aziende, vigeva il patriarcato: il padre dava la linea e tutti la seguivano. Situazione che poi in azienda è sfociata nella difficoltà di gestire un passaggio generazionale funzionale. Vorrei capire come ha funzionato alla Daf

“Posso parlare per le generazioni che ho vissuto io: quello che ha distinto le nostre generazioni è che l’impegno in azienda non è mai stato un percorso obbligato, ma è sempre stata una scelta libera e consapevole dei tanti sacrifici di tempo e tante competenze richiesti.

Personalmente non mi sono mai sentito obbligato: sono entrato in azienda nel 2013 per mia spontanea volontà dopo aver fatto 5/6 anni di gavetta in giro in altre realtà. Questo mi ha permesso di portare in azienda esperienze di altri. Dico sempre ai miei figli: dimenticatevi di finire gli studi e venire direttamente in azienda. Prima di arrivare in azienda i figli devono guardare il mondo e capire se è davvero la vita che vogliono fare.

 Da noi è molto radicato il concetto che l’azienda è di chi ci lavora tant’è che è sempre stata tramandata a chi aveva una responsabilità operativa. Poi siamo stati fortunati nel trovare sempre la quadra, mentre ci sono aziende rette da famiglie più allargate a cugini di secondo, terzo o quarto grado ed allora l’organizzazione della governance diventa più complessa. Il fatto che la nostra azienda sia rimasta relativamente piccola ci facilita: non avrebbe senso avere tre o quattro galli nel pollaio”.

Ho notato il piglio che avete sia dal punto di vista industriale che agricolo: avete anche dei conferenti, ma il protagonismo su tutta la filiera vi offre un controllo puntuale su tutte le problematiche che si possono presentare durante le lavorazioni.

“Le dirò di più, senza questa unione tra parte agricola e industriale probabilmente non saremmo qua, mi riferisco soprattutto alle ultime quattro generazioni. Poter parlare con cognizione di causa con i nostri conferenti è fondamentale. Essendo poi il mercato più attento alla tracciabilità, avere questa doppia anima agricola e industriale ci permette molto meglio di altri, anche nostri concorrenti, di avere una reale tracciabilità del prodotto offrendoci un vantaggio competitivo nel settore biologico”

Un momento importante, direi determinante è stato iniziare la lavorazione del mais dolce, come ci siete arrivati?

“L’iniziativa è stata del nonno Agostino, in quegli anni si lavorava pomodoro e piselli. Dopo l’ennesimo viaggio in California per conoscere il mais dolce si è convinto delle sue potenzialità: in Europa non era praticamente conosciuto e quindi ha capito che sarebbe diventata una nuova opportunità di mercato. Inoltre, la lavorazione richiedeva linee produttive molto più semplici e quindi non sarebbe stato difficile la riconversione delle produzioni. Molto presto il mais è diventato un prodotto di massa. Il nonno è stato coraggioso, la sua è stata una scelta azzeccata che ha favorito lo sviluppo della Daf verso tempi migliori, trovando anche il tempo di fare il presidente di Confindustria Piacenza per un mandato. Ora invece sui margini della lavorazione del mais c’è molta pressione, riusciamo solo a pagarci gli stipendi.

Comunque vi ha aperto un mondo, quali sono ora i vostri prodotti di punta?

“Negli ultimi anni, ci siamo fatti un nome con il mais dolce e legumi da fresco biologici. Sul mais dolce biologico siamo sicuramente leader del mercato, sul convenzionale ci sono aziende molto più grandi di noi che sicuramente sviluppano più volumi. Il mercato del biologico è ancora una nicchia, più complicato da gestire per una grande azienda.  Quindi i prodotti di punta sono il mais dolce più i nostri legumi inscatolati freschi: piselli, fagioli borlotti e la soia edamame. Però, non focalizzerei tanto sui prodotti quanto sul sistema di lavorazione che ci caratterizza. Il mais dolce la fa ancora da padrone con circa il 60% dei volumi di produzione: ma ciò non sarebbe possibile senza i legumi e viceversa. Nei prossimi anni inscatoleremo altri legumi da fresco, ho già delle idee: vedremo”.

In questo momento lei e suo padre come vi siete suddivisi la governance?

Non c’è una chiara divisione dei compiti: non ci siamo seduti al tavolo, situazione tipica di una azienda famigliare, ed abbiamo detto questo lo fai tu e questo lo faccio io. C’è una situazione molto naturale in cui tutti fanno tutto, che funziona però fino a un certo punto. Ora sto lavorando per dividere meglio i settori: sul versante della pianificazione è fondamentale mettere insieme pianificazione agricola, industriale e commerciale con un controllo centralizzato. Poi c’è tutta la parte che concerne il controllo qualità: qui entra in gioco papà che visita costantemente le coltivazioni nei campi. Della parte acquisti, a parte quelli più grossi che vediamo insieme, se ne occupa sempre papà come anche il controllo finanziario lo gestisce il con il supporto del settore contabilità. Comunque, in generale, tutte le questioni importanti che si presentano le gestiamo insieme”.

Anche suo padre ha vissuto una importante esperienza in Confindustria.

“Sì anche papà ha vissuto una esperienza in Confindustria, prima a Piacenza come presidente dei Giovani industriali, poi a Roma quando ne è diventato presidente nazionale. Il nonno Agostino, invece, è stato presidente di Confindustria Piacenza dal ’82 al ’86”.

Parliamo di futuro: l’intelligenza artificiale come contribuirà allo sviluppo della Daf?

“Vorrei subito dire che dal lato occupazionale non vedo in casa nostra il rischio che possa diminuire l’occupazione. Il nostro obbiettivo rimane la crescita, quindi i benefici dell’intelligenza artificiale che favoriranno un miglioramento delle lavorazioni sia sul versante agricolo che industriale saranno benvenuti. Di AI ne faccio ormai un uso quotidiano per qualsiasi cosa, soprattutto nello studio di riorganizzazioni, adeguamenti tecnici e progetti.

Sulla parte produttiva, dobbiamo essere attenti alle innovazioni tecnologiche che si possono integrare meglio nella nostra realtà. Le proposte dei nostri fornitori non mancheranno. Penso poi che l’intelligenza artificiale potrà avere un impatto positivo sulla genetica delle nostre culture che dovranno essere sempre più resistenti al cambiamento climatico che stiamo vivendo negli ultimi anni. Riuscire ad integrare l’intelligenza artificiale nei processi aziendali, andando anche a modificarli permetterà di lavorare meglio con migliori risultati. Questo è il nostro obbiettivo perché siamo convinti dei benefici che ci saranno sia per il settore amministrativo che produttivo per farci lavorare meglio. Sul versante attrezzature meccaniche la nostra attenzione sarà massima: già utilizziamo una selezionatrice ottica che identifica corpi estranei molto efficientemente grazie ad un sistema di intelligenza artificiale. Del resto, l’intelligenza artificiale è già utilizzata da alcuni decenni”.

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