Zobia, carnevale fiorenzuolano conosciuto fin dal Medioevo

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Se ad un fiorenzuolano venisse chiesto cosa c’è di caratteristico nella città sull’Arda, siate certi che almeno nove su dieci risponderebbero: la “Zobia”. Con questo termine si indica il tipico e unico carnevale fiorenzuolano, o meglio, il modo fiorenzuolano di fare Carnevale. Questo sin dal tardo medioevo.
Zobia deriva dal latino “iovia”, giovedì e più precisamente giovedì “grasso”, cioè il giorno di inizio del Carnevale che anima ogni anno tutta la città nei mesi invernali. Quest’anno, complice
il covid, il carnevale, non senza polemiche, è stato spostato a maggio: troppa era la voglia dei fiorenzuolani di scatenarsi nelle strade. Bagno di folla è stato.
Questo carnevale, con le sue mascherate, è tipicamente da strada, non da veglione. È giunto alla 38° edizione “moderna” e sono stati faticosamente approntati ben 6 carri. Solo nel dopoguerra i carri
allegorici si sono aggiunti alle esibizioni di gruppi appiedati, ma si non si tratta di realizzazioni in cartapesta, piuttosto sono in materiali di recupero ingegnosamente assemblati. La manifestazione fiorenzuolana, che affonda le sue origini nel
lontano passato, è una delle ricorrenze laiche più sentite, una festa popolare celebrata con grandi baldorie. La chiusura è detta “baraonda finale”. Anticamente pare fosse ispirato a una presa in giro della comunità ebraica di Fiorenzuola. Nel tempo, comunque, perse queste discutibili caratteristiche e diventò la occasione
festosa nella quale era lecito criticare apertamente e sbeffeggiare i potenti, soprattutto a livello locale. Come dicevano i latini: “Semel in anno licet insanire”. La Zobia richiama curiosi e visitatori persino da città lontane. I fiorenzuolani, da parte loro, partecipano in massa, direttamente o indirettamente. La manifestazione viene promossa dall’Amministrazione Comunale ed organizzata dell’Associazione
Amici della Zobia.
Esiste un vero e proprio “dress code”. È vietato alle zobie essere maschere eleganti; devono invece essere abbigliate con stracci, scalcinate. Questo particolare ha suggerito l’ipotesi dell’origine di cui abbiamo accennato sopra. In realtà pare che la zobia derivi, più che dalla derisione degli ebrei, dall’utilizzo di una
mascherata ebrea, anticamente usata a Fiorenzuola. Occorre, a questo proposito, tenere presenti alcuni fattori: l’esistenza di un antichissimo insediamento ebraico nel paese; la tradizionale festa del Purim corrispondente al nostro carnevale e origine (secondo molti autori) delle maschere; il particolare mestiere a
cui furono legati da specifiche bolle papali, nel corso del secolo XVI, gli ebrei stessi (la “strazzeria” o il commercio e la compravendita degli stracci). Gli abitanti di Fiorenzuola indossavano abiti lordi e laceri, che ricordavano la contrattazione degli stracci. I figuranti, incontrandosi, intrecciavano un dialogo in cui si fingevano commercianti. Il venditore usava un dialetto strano e contraffaceva quello locale
alternandolo con parole italiane storpiate. I protagonisti si allontanavano dopo essersi scambiati infiniti salamelecchi: tutto questo, pare, provocasse il riso dei presenti. Questa mascherata, da quanto risulta, non causò incidenti (anche perché gli Ebrei furono sempre ben integrati occupando ruoli importanti nella
comunità, pur vivendo in una porzione della città detta “Contrada degli Ebrei”). Solo all’inizio del 1700 le autorità decisero di vietare la mascherata, senza tuttavia ottenere buoni risultati.
Nel 1738 la misura fu colma e gli ebrei protestarono: il podestà del luogo, il dottor Gandolfi (proprio lo stesso cognome del sindaco dei giorni nostri), pubblicò un provvedimento che rafforzava il divieto applicando ai contravventori una multa di 100 scudi d’oro. Questo non piacque molto ad alcuni abitanti di
Fiorenzuola che ottennero di poter girare mascherati con stracci ma senza offendere, insultare con parole o con fatti gli Ebrei. Da allora la Zobia è divenuta occasione per improvvisare scenette ironiche e graffianti, rivolte soprattutto ad eventi e personaggi che nel corso dell’anno hanno caratterizzato la vita pubblica.
Quest’anno, ad esempio è stata inscenata la parodia della “città del freddo”, delle lotte ecologiche, delle votazioni, della mancata riapertura dello storico locale da ballo “Scacco Matto”.

AUGUSTO BOTTIONI

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