
SCHEDE CRITICHE DEI FILM
a cura di Anton Giulio Mancin
Italia, 2021
Marx può aspettare
Regia Marco Bellocchio
Sceneggiatura Marco Bellocchio
con Alberto Bellocchio, Letizia Bellocchio, Marco Bellocchio
Fotografia Michele Cherchi Palmieri, Paolo Ferrari
Montaggio Francesca Calvelli
Musica Ezio Bosso
Scenografia Andrea Castorina
Costumi Daria Calvelli
Durata 95 minuti
Produzione Kavac Film, IBC Movie, Tenderstories con Rai Cinema
Distribuzione 01 Distribution
La trama
Marco Bellocchio per la prima volta si racconta senza filtri, racconta l’Italia e racconta la storia familiare che culmina in negativo nella tragica decisione del fratello gemello Camillo di togliersi la vita alla fine di dicembre del 1968. La rielaborazione del lutto pluridecennale dà il via a un indagine traversale, dentro e fuori le pareti domestiche in cui l’autore affronta sul piano storico e privato con i fratelli e le sorelle, a partire dalla battuta di Camillo che dà il titolo al film e in un anno chiave come quello della contestazione giovanile, i limiti dell’ideologia e del primato della politica nei rapporti interpersonali.
L’origine fraterna estende il proprio campo semantico e filmico in Marx può aspettare connotando al termine della notte un percorso interiore la cui sostanza resta complessa e sfaccettata, come in una tela cubista. Da buon film sano, meditato e soprattutto saggio sia per sopraggiunta saggezza che per motivi saggistici di approccio alla materia, giunge come un fulmine a ciel sereno, totalmente libero, liberato e liberatorio. L’apparenza del documentario gli sta talmente stretta da reclamare di continuo stralci interni di finzione (I pugni in tasca, Gli occhi, la bocca, Salto nel vuoto e L’ora di religione), seguendo la linea tracciata da Gli occhi, la bocca dove per la prima volta l’autore cita la risposta di Camillo a un suo rigido richiamo politico: «Marx può aspettare!», e proseguita con La religione della storia, Sogni infranti – Ragionamenti e deliri o Sorelle/Sorelle Mai.
Se la dimensione familiare è fondamentale per capire sempre e comunque il ragionamento filmico portato avanti da Bellocchio dagli anni Sessanta, Marx può aspettare ne esplicita il bandolo della matassa, fornendo una vasta, spettrale e articolata chiave di lettura della disillusione storica, ovvero il suicidio individuale come prefigurazione di un destino generazionale. Anticipato l’anno precedente, sul versante canoro, da quello di Luigi Tenco nell’anno de La Cina è vicina e all’ombra del Festival di Sanremo, luogo non casuale che rimanda all’iniziale idea di Bellocchio ne I pugni in tasca di affidare la parte del protagonista a Gianni Morandi. Oltre all’affetto, che appartiene alla sfera intima, e più del senso di colpa, l’autore di Marx può aspettare tributa al fratello andatosene controcorrente in un anno molto celebrato, un merito provocatorio, folle e insospettabile. Profondamente bellocchiano.
Domenica 22 agosto, ore 21.15
Miss Marx
Italia/Belgio, 2020
Regia Susanna Nicchiarelli
Sceneggiatura Susanna Nicchiarelli
con Romola Garai, Patrick Kennedy, Philip Gröning
Fotografia Crystel Fournier
Montaggio Stefano Cravero
Musica Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, Downtown Boys
Scenografia Alessandro Vannucci con Igor Gabriel
Costumi Massimo Cantini Parrini
Durata 107 minuti
Produzione Vivo Film con Rai Cinema e Tarantula
Distribuzione 01 Distribution
La trama
Eleanor Matrx non è soltanto la figlia di Karl Marx, ma un’attivista infaticabile e preparata, una persona libera e appassionata nelle sue scelte di indirizzo politico. È tra le prime figure femminili di spicco ad affrontare i diritti delle donne nel quadro del socialismo, prendendo anche parte alle lotte operaie e battendosi contro il lavoro e lo sfruttamento lavoro minorile nel Regno Unito. Nel 1883 l’incontro amoroso con Edward Aveling segna una svolta nella sua vita. Eppure Edward ha continuato a indebitarsi e a sciupare non solo l’eredità lasciata a Eleanor da Friedrich Engels. Un destino tragico attende quindi miss Marx nel 1898.
Il film che sceglie una via inedita alla tradizionale rievocazione in costume del film biografico conferma la prospettiva della regista, secondo la quale «la storia di Eleanor Marx, con la sua apparente incongruenza tra dimensione pubblica e privata, apre un abisso sulla complessità dell’animo umano, sulla fragilità delle illusioni e sulla tossicità di certe relazioni sentimentali. Raccontare la vita di Eleanor vuol dire parlare di temi talmente moderni da essere ancora oggi, oltre un secolo dopo, rivoluzionari. In un momento in cui la questione dell’emancipazione è più che mai centrale, la vicenda di Eleanor ne delinea tutte le difficoltà e le contraddizioni: contraddizioni, credo, più che mai attuali per cercare di “afferrare” alcuni tratti dell’epoca che stiamo vivendo». Miss Marx è dunque un esperimento che mescola senza preavviso le sonorità come elementi chiave di un paradosso temporale. Affronta infatti il passato in chiave di presente, non soccombe agli stereotipi di un racconto con personaggi retrodatati ma li porta direttamente a esibirsi sul palcoscenico della Storia come accede poi esplicitamente ai protagonisti stessi chiamati a recitare senza filtri le proprie parti reali in commedia coniugale nella messa in scena di Casa di bambola di Henrik Ibsen. L’idea di fondo dell’ingombrante cognome paterno altisonante che imbriglia inevitabilmente le energie di un soggetto femminile indisponibile all’egida maschile, nella famiglia, in società e in amore, conferma l’idea che François Truffaut ha portato avanti in Adele H – Una storia d’amore, rendendo cioè una irriducibile e involontaria figlia illustre in un’eroina del nostro tempo, a testa alta e senza limiti cronologici.
Lunedì 23 agosto, ore 21.15
Figli
Italia, 2020
Regia Giuseppe Bonito
Sceneggiatura Mattia Torre
con Valerio Mastandrea, Paola Cortellesi, Stefano Fresi
Fotografia Roberto Forza
Montaggio Giogiò Franchini
Musica Giuliano Taviani, Carmelo Travia
Scenografia Marta Maffucci
Costumi Chiara Ferrantini
Durata 97 minuti
Produzione Vision distribution, Wildside e The apartment, parte di Fremantle
Distribuzione Vision Distribution
La trama
Tutto cambia drasticamente nella vita di Nicola e Sara, i genitori di Anna, con la nascita del secondo figlio, Pietro. Il menage familiare, appeso al filo di una fragile e tranquilla routine, si trasforma in un tragicomico inferno tra le mura domestica. La primogenita li rimprovera: “Stavamo tanto bene in tre, perché avete dovuto cambiare tutto? Siete un macello”. I suoceri di lei non li sostengono. Le spese preventivate si moltiplicano come le liti. L’equilibrio fino a quel momento costruito a fatica cede il passo alla tensione costante, allo sforzo di tener testa alle cose normali, all’impossibilità di adattarsi a ritmi diversi, alla difficoltà di conciliare orari ed esigenze lavorativi, allo spettacolo del disordine permanente.
Come giustamente e lealmente ammette il regista Giuseppe Bonito: “Figli è un film di Mattia Torre. Questa premessa mi sembra necessaria per raccontare il mio approccio alla regia del film dopo la prematura scomparsa di Mattia. Dico ‘un film di’ e non semplicemente ‘un film scritto da’ perché conoscevo bene Mattia e sapevo quanto vissuto ci fosse in questo copione. Il film è un distillato innanzitutto della sua vita ma, a mio avviso, trascende questa sfera privata per diventare lo specchio della vita di tutti noi”. È un film particolare, di un’intimità che si concretizza sullo schermo per interposta persona. Dapprima è stato Valerio Mastandrea a portare sul piccolo schermo il monologo originale di Mattia Torre, I figli invecchiano, ottenendo un notevole successo. L’indotto mediatico e sui social ha reso il materiale del suo autore originario, Mattia Torre, un modo inconsueto di parlare in prima persona, coinvolgendo un numero inaspettato e trasversale di persone. Ed era inevitabile che Mastandrea dovesse anche interpretare al cinema il personaggio di Nicola con il suo umorismo minimalista, complementare a quello di Paola Cortellesi. Insieme recitano un crescendo di situazioni ordinarie che sfociano continuamente nel grottesco. L’incapacità di una coppia di reggere lo stress delle persone normali, complicandosi le cose proprio in una cornice di discreto e inconfessabile benessere, è il motore divertente di Figli che si sviluppa quasi come un pamphlet esistenziale, un trattato sull’insostenibilità dell’esistenza quotidiana, un grido d’allarme sulla reazione nevrotica alle incombenze familiari, affettive ed economiche. Il gesto visionario e reiterato, tanto quanto l’indecisione infinita di un avventore su come farsi farcire il sandwich al bancone, rendono eloquente la dimensione odierna del dramma che sfocia involontariamente in commedia.
Martedì 24 agosto, ore 21.15
La terra dei figli
Italia 2021
Regia Claudio Cupellini
Sceneggiatura Filippo Gravino, Guido Iuculano, Claudio Cupellini
con Leon De La Vallée, Fabrizio Ferracane, Valerio Mastandrea
Fotografia Gergely Poharnok
Montaggio Giuseppe Trepiccione
Musica Motta
Scenografia Daniele Frabetti
Costumi Mariano Tufano
Durata 120 minuti
Produzione Indigo Film con Rai Cinema in coproduzione con WY Productions
Distribuzione 01 Distribution
La trama
Rischiano ogni giorno di non aver più di che cibarsi un padre e un figlio su una palafitta. Alle loro spalle, ignobile, oscura e inenarrabile c’è una catastrofe che ha reso il mondo invivibile, infido, culla di veleni. Per chi ha deciso di mantenere in vita i propri figli la sfida per la sopravvivenza non offre grandi prospettive. Non resta ai due che arrangiarsi, senza curarsi del prossimo o dell’ambiente. In un contesto svuotato, violento e teatro delle peggiori solitudini, anche imparare a leggere è superfluo. Il ragazzo senza nome che il padre chiama soltanto “Figlio” si ritrova un giorno tra le mani un diario. La morte del genitore che l’ha redatto fino all’ultimo induce “Figlio” a mettersi in viaggio lungo il fiume, a suo rischio e pericolo.
Claudio Cupellini, reduce da Una vita tranquilla e Alaska che ne hanno imposto lo stile asciutto, ma anche dal percorso aspro della serie Gomorra in una contemporaneità già post-apocalittica, ha trovato nella graphic novel di Gipi il materiale congeniale per proseguire un discorso che ne La terra dei figli spinge alle estreme conseguenze. Il futuro come spazio distopico eppure fin troppo reale è di per sé ricco di spunti allusivi. Il Delta del Po caro già dagli anni Quaranta a grandi autori della storia del cinema italiano come Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni e Roberto Rossellini, quindi Mario Soldati, Giuliano Montaldo, Florestano Vancini, Pupi Avati e Carlo Mazzacurati, diventa ora ne La terra dei figli l’ultima occasione per rimettere insieme i pezzi morali e materiali di una società distrutta, abbruttita e dispersa, in via di estinzione e a rischio smarrimento dei propri codici comunicativi e culturali. La ricerca del giovane protagonista del senso delle parole paterne che non è in grado di leggere suggerisce la posta in gioco di quel progetto complesso di civiltà da riedificare su un terreno infido, inospitale, avvelenato. Ma è anche indice di una sfida cinematografica che non guarda al presente in termini più di cronaca, né all’avvenire secondo i dettami della fantascienza di intrattenimento, ma ripristina le coordinate di un “paesaggio italiano”, come lo auspicava Giuseppe De Santis nel 1942 in vista della grande e innovativa stagione neorealista. Se mai è stata immaginata una maniera di tornare al futuro attraverso i canoni gloriosi del Neorealismo quella de La terra dei figlia è la risposta visionaria più aggiornata e sostenibile in uno scenario disperato e allarmante che comunque conserva tracce inequivocabili di umanità.
Mercoledì 25 agosto, ore 21.15
Favolacce
Italia, 2020
Regia Damiano e Fabio D’Innocenzo
Sceneggiatura Damiano e Fabio D’Innocenzo
con Elio Germano, Barbara Chichiarelli, Lino Musella
Fotografia Paolo Carnera
Montaggio Esmeralda Calabria
Scenografia Emita Frigato, Paola Peraro, Paolo Bonfini
Costumi Massimo Cantini Parrini
Durata 98 minuti
Produzione Pepito produzioni in co-produzione con Rai Cinema, Amka Film, QMI, Vision Distribution
Distribuzione Vision Distribution
La trama
Nell’isolata periferia a sud di Roma, l’esistenza insignificante contrassegna le poche famiglie residenti e i loro figli appena adolescenti. Da genitori irrequieti come Bruno e Dalia, insoddisfatti, contrariati persino dalle piscine artificiali, stretti nelle loro villette a schiera, è logico aspettarsi uno sconforto che i figli, nonostante l’ottimo rendimento scolastico, traducono in silenziosa e passiva solitudine, ma anche in decisioni estreme, collegiali. Questi coetanei, sconvolti dalla prospettiva di crescere e diventare adulti o genitori, dati i cattivi esempi circostanti, condividono sorte, congegni e progetti oscuri.
Il senso di Favolacce si riassume già nel titolo. O nel primo verso, Perché va letta due volte una poesia così, di una delle loro raccolta di liriche, Mia madre è un’arma. Come ogni poesia, la parabola del film ha bisogno di essere “letta” almeno “due volte”, scrivono. Discorso che a maggior ragione vale per un favola dark, o “favolaccia”, moltiplicata tante volte quanto i destini incrociati di cinque adolescenti (e una neonata, con ancora meno voce in capitolo) che nel loro disperato silenzio si fanno diversamente sentire. Questi nuovi eroi a parte dei gemelli D’Innocenzo nascono prima dei due amici de La terra dell’abbastanza. Si scontrano con un mondo dai contorni inquietanti che ha le sembianze della normalità domestica, piccolo-borghese, dove la ferocia, i volti e le parole pietrificate dei genitori, soprattutto maschili fanno spavento. Sono dunque ragazzi che, di contro, maturano un’intelligenza tragica. I loro sguardi e i loro silenzi, l’oscillazione tra il bisogno di prolungare l’infanzia e affacciarsi alla soglia della sessualità, celano la segreta disperazione con cui rispondere alla crudele indifferenza degli adulti, del mondo, dell’ordine immutabile delle cose. Nelle loro parabole anti-pedagogiche i D’Innocenzo esplorano le cause, quindi le conseguenze offrendo vedute alternative sull’esistente. Preferiscono la distanza e il racconto involuto, la provocazione “favolistica” e l’immagine ora campestre per mescolare diversamente il realismo e la fantasia sgrammaticata. Elaborano le inquadrature come versi sciolti, liberi, senza nulla concedere e tutto donando allo spettatore, senza infingimenti. Ancora, nella poesia citata: “Perché è una poesia mia, / ed è solo mia, tutta mia, / non tua, mia / e anche se è brutta è mia”. Favolacce è “cinema di poesia”, in tutti i sensi.
Giovedì 26 agosto, ore 21.15
Il cattivo poeta
Italia/Francia, 2021
Regia Gianluca Jodice
Sceneggiatura Gianluca Jodice
con Sergio Castellitto, Francesco Patanè, Fausto Russo Alesi
Fotografia Daniele Ciprì
Montaggio Simona Paggi
Musica Michele Braga
Scenografia Tonino Zera
Costumi Andrea Cavalletto
Durata 106 minuti
Produzione Coproduzione italo francese Ascent film e Bathysphere con Rai Cinema
Distribuzione 01 Distribution
La trama
Nella primavera del 1936 spetta al giovane federale Giovanni Comini, di stanza a Brescia, un compito particolarmente delicato e riservato. Il segretario del Partito Fascista Achille Starace gli affida l’incarico di sorvegliare nientedimeno che Gabriele D’Annunzio, il quale da quindici anni se ne sta rinchiuso nel Vittoriale. Comini dovrà raccogliere informazioni di ogni tipo su D’Annunzio, che intanto si è dichiarato contrario alla nascente alleanza fra Mussolini e Hitler, definendo quest’ultimo “ridicolo nibelungo”. Dal Vittoriale Comini invia alla Casa del Fascio puntuali rapporti su ogni attività del “poeta vate”, ma presto impara a conoscere l’uomo che spia e comprendere a a mettere in discussione le proprie convinzioni fasciste.
In epoche compromesse, opache, buie, si è “cattivi” spesso perché critici, cioè scomodi. Il cattivo poeta non si offre quindi come biografia cinematografica di finzione in senso stretto ma sceglie la via della riflessione circoscritta cronologicamente, a dimostrazione di come la lungimiranza e la profezia non facciano il gioco di nessuno. Il punto di vista speciale di un personaggio sopra le righe come D’Annunzio offre il vantaggio dell’interpretazione importante di un attore carismatico come Sergio Castellitto, ma sotto la superficie scatta un dialogo tra film. Nel senso che Il cattivo poeta chiama in causa un modello importante: quello chiaroscurale di Vincere di Marco Bellocchio. E lo fa attraverso una serie di indizi artistici importanti: il protagonista stesso, già bellocchiano ai tempi de L’ora di religione e Il regista di matrimoni, la fotografia di Daniele Ciprì che direttamente rimanda a Vincere, l’interpretazione di Fausto Russo Alesi nei panni del gerarca Achille Starace, quindi lo stesso Pier Giorgio Bellocchio.
Concepire inoltre un debutto registico con un film non minimalista, che rilegge la storia in chiave di metafora contemporanea, non per niente con Matteo Rovere produttore, è di per sé un segnale forte. Importante anche per riprendere, sullo schermo, un discorso sul D’Annunzio scrittore comunque fondamentale al punto che Vittorio De Sica avrebbe desiderato come suo ultimo film tornare proprio a Le novelle delle Pescara. E se non ci riuscì De Sica a chiudere la sua carriera con D’Annunzio, l’onere toccò all’altro grande maestro del Neorealismo: Luchino Visconti nel suo congedo con L’innocente volle consegnare l’opera del “poeta vate” quasi mezzo secolo fa ad una riflessione culturale allargata, illuminata e aperta.
Venerdì 27 agosto, ore 21.15
Hammamet
Italia, 2020
Regia Gianni Amelio
Sceneggiatura Gianni Amelio
con Pierfrancesco Favino, Renato Carpentieri, Omero Antonutti
Fotografia Luan Amelio
Montaggio Simona Paggi
Musica Nicola Piovani
Scenografia Giancarlo Basili
Costumi Maurizio Millenotti
Durata 126 minuti
Produzione Pepito produzioni con Rai Cinema, in associazione con Minerva Pictures Group, Evolution People, in collaborazione con SBH
Distribuzione 01 Distribution
La trama
A vent’anni dalla morte di uno dei leader politici italiani più controversi della prima repubblica, la sua figura torna ad essere rievocata nel periodo finale della sua vita trascorso nella dimora tunisina di Hammamet. Intorno al protagonista sconfortato e inasprito verso i suoi avversari si anima un teatro di memorie oscure, strane presenze, visite, battaglie, rimorsi, fantasmi, a partire da un ragazzo misterioso, Fausto, che lo raggiunge e lo segue istaurando con lui un rapporto insidioso. La parabola del re decaduto si conclude lontano dall’Italia, nonostante un estremo tentativo di ritorno, in un infittirsi di misteri, allegorie, allusioni che ne accompagnano e siglano l’esistenza privata e la carriera pubblica.
«Qualcuno mi aiuti a dire che il mio Hammamet non è un film su Craxi». Gianni Amelio va preso in parola. Hammamet non è infatti un film su Craxi. Piuttosto un film subissato dal suo doppio, esattamente come la maschera di Pierfrancesco Favino riproduce quella di Bettino Craxi e ne viene a sua volta subissato. Come nei film espressionisti, Hammamet vive a ridosso dell’ombra craxiana, sdoppiandosi e diventando altro da sé: un oggetto del contendere considerato da qualcuno a scatola chiusa troppo indulgente nei confronti di Craxi. Fa pensare a un film che fagocita se stesso o che si trova in continuazione faccia a faccia con ciò che sembra essere. Allora, dei due, qual è quello di Amelio? Certamente il primo, che non è appunto un film, dando ragione all’autore, su Craxi. Il film numero uno non può però fingere di ignorare il suo gemello, ossia il film numero due, pretesto ideale per accendere un dibattito e veicolare un desiderio a lungo rimasto sopito di resuscitare Craxi, tornare a Craxi, rimpiangere Craxi. Di quell’Hammamet pubblico, a uso e consumo terzi, restano ben poche tracce nell’Hammamet privato, in tutti i sensi, di Amelio. Il quale restituisce una vista sull’Italia che include e trascende Craxi, procedendo per citazioni cinematografiche ed extracinematografiche, di cui la spia sono le immagini subliminali de Le catene della colpa, Là dove scende il fiume e Secondo amore. Proprio su Là dove scende il fiume scrisse una volta Amelio: «Sosteneva Mann (e con lui lo sceneggiatore Borden Chase) che la cosa più coinvolgente per lo spettatore è un uomo sconfitto. Che combatte e vince sulle proprie disgrazie. Ancora meglio se, in un punto del film abbastanza lontano dal finale, quest’uomo giura a se stesso che si vendicherà di chi l’ha maltrattato, fosse pure la cattiva sorte». Ecco una possibile chiave dell’Hammamet numero uno che conduce all’Hammamet numero due.
Sabato 28 agosto
SERATA FARE CINEMA
Passatempo
Italia, 2019
Regia Gianni Amelio
Sceneggiatura Gianni Amelio
con Renato Carpentieri, Daouda Sissoko
Fotografia Luan Amelio
Montaggio Simona Paggi
Scenografia Giancarlo Basili
Costumi Maurizio Millenotti
Durata 18 minuti
Produzione BartlebyFilm, The Film Club con Rai Cinema, in collaborazione con Fondazione Fare Cinema e Vision Distribution
Il passatempo di un anziano sono le parole crociate su La Settimana Enigmistica. Ci gioca ripetutamente con un ragazzo di colore, tra immaginazione e realtà. Uno dei due a turno ha sempre un’arma a portata di mano. Non essere all’altezza del passatempo può rivelarsi questione di vita o di morte.
Il rapporto con gli immigrati è inevitabilmente asimmetrico, come un gioco mortale. La parabola di Amelio, che sintetizza le questioni di fondo de Lamerica e La tenerezza nello spazio allegorico e onirico di un cortometraggio, non potrebbe essere più lucida, trasparente, feroce nel suo parlare dell’indicibile razzismo contemporaneo, addirittura ludico nella sua estrema pericolosità.
Se posso permettermi
Italia, 2021
Regia Marco Bellocchio
Sceneggiatura Marco Bellocchio
con Fausto Russo Alesi, Pier Giorgio Bellocchio, Giorgia Iolanda Barsotti, Eugenia DElbue, Federica Ombrato, Giorgia Fasce
Fotografia Paolo Ferrari
Montaggio Stefano Mariotti
Scenografia Andrea Castorina
Costumi Daria Calvelli
Suono Riccardo Milano
Durata 18 minuti
Produzione Kavac Film e Rai Cinema in collaborazione con Fondazione Fare Cinema
Chi è l’uomo che si aggira nel piccolo borgo interpellando donne sconosciute e dispensando osservazioni impietose? Non ha altra scelta dal momento che la furia di un tempo in lui ha ceduto il posto all’immaginazione e al vaglio di quei minimi dettagli che fanno di lui un osservatore premuroso piuttosto che un attore della vita.
In questo piccolo film è concentrato l’intero universo di Bellocchio che spesso e volentieri si manifesta attraverso maschere pirandelliane come quella del protagonista. L’attenzione per i particolari infinitesimali corrisponde a una vocazione dell’autore che da sempre sceglie i percorsi indiziari per esplorare con pungente propensione allusiva le persistenti zone d’ombra della storia italiana.
Zombie
Italia, 2020
Regia Giorgio Diritti
Sceneggiatura Cristina Perico
con Elena Arvigo, Greta Buttafava
Fotografia Matteo Cocco
Montaggio Corrado Iuvara
Scenografia Cristina Bartoletti
Costumi Chiara Capaccioli
Produzione Arancia Film, Rai Cinema in collaborazione con Fondazione Fare Cinema
Durata 13 minuti
La trama
Inutilmente il giorno di Halloween Camilla all’uscita da scuola si illude che ad aspettarla ci sia suo padre. C’è sua madre Paola che le preannuncia una sorpresa per quel giorno speciale. A casa traveste la figlia da zombie per andare casa per casa all’insegna del motto “dolcetto o scherzetto”. Ma c’è ben poco da divertirsi, se la visita della piccola bambina mascherata ha un secondo fine.
Giorgio Diritti condensa in una piccola vicenda di tensioni coniugali la consueta predisposizione a guardare con gli occhi dei bambini, che spesso, come in questo caso, al sopraggiungere della vigilia di Ognissanti, sono le vittime designate: allusivamente indossando abiti da “morti viventi” fungono da testimoni silenziosi di un mondo irrimediabilmente compromesso nel profondo dagli adulti.
ACQUISTO BIGLIETTI
La biglietteria del Festival è gestita direttamente dal Comune di Bobbio
I biglietti possono essere acquistati a partire dall’11 agosto:
- on line su www.ticketnow.it nella sezione Bobbio Film Festival, accessibile anche dal sito www.fondazionefarecinema.it nella sezione Bobbio Film Festival;
oppure
- a Bobbio presso l’ufficio affari generali del Comune di Bobbio (al primo piano del Palazzo del Comune in piazzetta Santa Chiara a Bobbio) dal lunedì al sabato dalle ore 8.30 alle ore 13.30 e anche, nelle serate del festival, direttamente all’ingresso del chiostro di San Colombano (in piazza Santa Fara) dalle ore 20.00 alle ore 21.15.
Per informazioni sull’acquisto biglietti:
Tel. 0523/962806
e-mail: turismo@comune.bobbio.pc.it
INFO
www.fondazionefarecinema.it
BOBBIO FILM FESTIVAL E ALTA FORMAZIONE CINEMATOGRAFICA
Seminario residenziale di critica cinematografica
Giuria del Bobbio Film Festival 2021
21- 28 agosto 2021
L’undicesima edizione del Seminario residenziale di Critica Cinematografica, ideato da Paola Pedrazzini e organizzato dalla Fondazione Fare Cinema in collaborazione con il Comune di Bobbio si svolge a Bobbio durante il Bobbio Film Festival.
I partecipanti al Seminario di critica cinematografica che accedono gratuitamente alle proiezioni del Bobbio Film Festival fanno parte della giuria ufficiale del Bobbio Film Festival presieduta da Marco Bellocchio.
La curatela e la conduzione del corso è di Anton Giulio Mancino, critico, saggista cinematografico e docente universitario.
Ospiti del seminario:
- Alberto Crespi (critico, saggista cinematografico, autore e conduttore radiotelevisivo)
- Stefano Francia Di Celle (saggista, manager culturale e direttore del Torino Film Festival)
- Enrico Magrelli Critico (saggista cinematografico, autore e conduttore radiotelevisivo)
- Cristiana Paternò (critico, saggista e responsabile attività giornalistiche Istituto Luce – Cinecittà)
Il Seminario prevede lezioni, visioni e discussioni collettive di opere filmiche, esercitazioni per perfezionare lo stile di scrittura critica, interpretare e analizzare il testo audiovisivo, formulare il giudizio.
Gli argomenti principali del corso, affrontati nella prospettiva dei principali contesti culturali in cui attualmente la critica cinematografica si pratica, dalle testate cartacee a quelle telematiche, dai festival agli archivi culturali, dalla scuola all’università: saper vedere il cinema e la televisione; capire con l’audiovisivo; la critica come attività responsabile; il critico, il lettore e il pubblico; gli autori, il gender e i generi; il lavoro critico ieri e oggi: modalità, divulgazione e ambiti professionale.
La recensione di un corsista viene infine scelta per la pubblicazione sulla rivista «Cinecritica» del SNCCI – Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani.
FARE CINEMA 2021
lo storico corso di Alta Formazione Cinematografica
Sarà Giorgio Diritti – recentemente trionfatore ai David di Donatello con sette statuette per il suo “Volevo nascondermi” – a tenere l’edizione 2021 dello storico corso di alta formazione in regia cinematografica “Fare Cinema”.
Fondazione Fare Cinema – presieduta da Marco Bellocchio e diretta da Paola Pedrazzini – ha infatti affidato al regista bolognese la direzione del corso che dà il nome alla Fondazione stessa e che è finalizzato alla realizzazione di un cortometraggio diretto da un Maestro del Cinema, fornendo ai partecipanti la straordinaria occasione di seguire e partecipare direttamente alla preparazione e alle riprese di un film, acquisendo conoscenze e competenze cinematografiche “sul campo”.
Dopo Marco Bellocchio, Gianni Amelio, Franco Piavoli, Daniele Ciprì… Sarà dunque Giorgio Diritti a dirigere a Bobbio un nuovo cortometraggio ambientato nel borgo più bello d’Italia, facendosi affiancare dai corsisti e dalla sua troupe di professionisti.
“La collaborazione con Giorgio Diritti è iniziata nel 2019 con un corso di scrittura e regia culminato nella realizzazione del cortometraggio Zombie che abbiamo presentato alla Settimana della Critica di Venezia nel 2020 – dice Paola Pedrazzini direttrice di Fondazione Fare Cinema – e mi è sembrato naturale continuare il virtuoso percorso intrapreso, proponendogli di dirigere l’edizione 2021 del nostro corso storico. In questi anni ho avuto modo di conoscere Diritti e credo che abbia, oltre al talento, la capacità e il desiderio di motivare i giovani, di trasmettere loro entusiasmo e forza, come ha recentemente dimostrato nel suo intervento nel contesto del nostro progetto di cinema per le scuole L’Ora di Cinema, durante il quale raccontando il suo Volevo nascondermi ha esortato i ragazzi a coltivare le proprie passioni”.
FONDAZIONE FARE CINEMA
Fondazione Fare Cinema – presieduta da Marco Bellocchio e diretta da Paola Pedrazzini – nasce nel 2017, come punto di arrivo del percorso iniziato a Bobbio nel 2010 da Ass. Marco Bellocchio (composta da Marco Bellocchio, dal figlio Pier Giorgio e da Paola Pedrazzini) e, prima ancora, nel 1995 dal Maestro Bellocchio, che decise di dare vita al progetto di formazione “FareCinema”, laboratorio per insegnare il mestiere della regia cinematografica ai giovani.
Fondazione Fare Cinema, che vede tra i soci fondatori l’Istituto Luce, è il centro di alta formazione cinematografica che offre ogni anno corsi (regia, sceneggiatura, produzione, critica cinematografica…) progettati e costruiti coinvolgendo, nella direzione didattica e nella docenza, registi, sceneggiatori, autori e professionisti del settore, di altissimo profilo artistico.
L’eccellenza dei docenti, l’originalità dei percorsi didattici che prevedono perlopiù un esito artistico, la sinergia tra teoria e pratica caratterizzano la proposta formativa di Fondazione “Fare Cinema”.
Caratteristica primaria dei corsi di regia ideati da Fondazione Fare Cinema è quella di dare agli studenti la straordinaria occasione di seguire e partecipare direttamente alla preparazione e alle riprese di un film diretto da un grande Maestro del Cinema, acquisendo conoscenze e competenze cinematografiche “sul campo”.
Nella “library” di Fondazione Fare Cinema ci sono cortometraggi diretti da Marco Bellocchio, Gianni Amelio, Daniele Ciprì, Franco Piavoli, Sergio Rubini, i Manetti Bros, Giorgio Diritti.
Oltre all’attività formativa e in stretta connessione ad essa, Fondazione Fare Cinema progetta ogni anno in estate lo storico Bobbio Film Festival.




