di Bruno Cassinari – Il progressivo decadimento della scuola potrà arrestarsi solo in presenza di una svolta radicale in grado di rappresentare una reale alternativa alla situazione esistente, ripristinando l’autorità dei docenti in un adeguato contesto normativo. La maggiore responsabilità del fallimento delle politiche scolastiche deve addebitarsi prevalentemente a quell’area culturale e pedagogica trasversale che ha coniugato il permissivismo post-sessantottino con l’aziendalismo, considerando l’allievo un cliente da soddisfare secondo logiche di mercato.
I sostenitori di questa linea ritengono che qualsiasi azione tendente a responsabilizzare i ragazzi con premi e sanzioni non tenga in dovuta considerazione le problematiche adolescenziali, partendo dal presupposto, dimostratosi fallimentare, che l’educazione e l’apprendimento siano un processo ludico e non impegnativo, essendo possibile imparare senza sforzo e con la minima attenzione. Lo studio quindi può essere in larga parte sostituito da offerte extracurricolari con l’adozione della “didattica innovativa” che considera nozionismo la necessità di conoscere l’ortografia, la sintassi, le tabelline e la storia.
I docenti sono spesso schiacciati tra la colpevole complicità delle famiglie con il ribellismo dei figli e il rifiuto da parte di diversi capi d’istituto ad assumere provvedimenti disciplinari nei confronti degli alunni, per timore delle reazioni dei genitori.
Con queste premesse, pensare di valutare gli insegnanti in relazione alla preparazione degli allievi significa attuare una forma di aziendalismo “d’accatto” che non associa la responsabilità dei risultati ai mezzi per ottenerli. In tale situazione le famiglie interessate a garantire per i loro figli un percorso formativo che valorizzi il merito e l’impegno, si trovano in difficoltà ad individuare scuole che rispondano a questi requisiti. La soluzione si potrebbe ricercare, come avviene in molti Paesi europei, all’interno di un sistema che preveda un pluralismo di strutture finanziate e rigidamente controllate dallo Stato, ma con ampia autonomia pedagogica.
Concludo riproponendo le domande che un gruppo di intellettuali (primi firmatari: Giorgio Israel, Paola Mastrocola, Paolo Crepet, Margherita Hack) ha rivolto ai diversi schieramenti politici.
- Il lavoro degli insegnanti. Saranno riconosciute agli insegnanti la difficoltà e la delicatezza della loro professione o si continuerà ad additarli all’opinione pubblica come lavoratori part time?
- Libertà metodologica. Verrà assicurata agli insegnanti la piena libertà di scegliere le metodologie che ritengono più efficaci o si cercherà di imporre teorie calate dall’alto, come è successo negli ultimi decenni?
- Funzione del docente. Si intende valorizzare il ruolo dell’insegnante come guida nella scoperta del nostro mondo e del suo patrimonio culturale oppure trasformarlo, come ha sostenuto di recente anche il ministro Profumo, in un “facilitatore” dell’autoapprendimento degli allievi?
- Priorità nella valutazione di docenti e dirigenti. È più giusto e più utile alla qualità della scuola garantire a tutti gli allievi degli insegnanti e dei dirigenti adeguati – prevedendo in caso contrario i provvedimenti opportuni – o limitarsi a premiare quelli eccellenti, che continueranno comunque a lavorare bene?
- Valutazione degli istituti. Per avere scuole che funzionino è più sensato attivare regolari controlli ispettivi sulla loro efficienza e correttezza o complessi e costosi sistemi di valutazione?
- Dare valore alla formazione professionale. L’insuccesso scolastico di tanti ragazzi all’inizio delle superiori si combatte ampliando il numero delle scelte possibili, compresa una qualificata formazione professionale, o obbligandoli tutti a un biennio comune, come sostengono alcuni?
- Aggiornamento. L’aggiornamento degli insegnanti, elemento indispensabile per la crescita professionale, sarà finalmente basato sullo scambio sistematico di esperienze tra chi opera sul campo oppure soltanto sul contributo di esperti (che poi non sempre si rivelano tali)?
- Educare i ragazzi alle regole. Nei programmi dei partiti si dirà con chiarezza che insegnare ed esigere il rispetto delle regole è indispensabile per un proficuo lavoro scolastico e per la formazione dei futuri cittadini oppure si continuerà a sottovalutare questa fondamentale esigenza?
- Uso e abuso dei test. Dei test Invalsi che valutano l’apprendimento si pensa di fare un uso limitato all’accertamento delle competenze di base o di estenderne impropriamente l’uso, con il concreto rischio di trasformare la didattica in un addestramento alla soluzione dei test?
- Il ministro. Si potrà avere un ministro che conosca veramente i problemi della scuola, che si metta al suo servizio e attui un programma di concreti provvedimenti per renderla più seria, efficace e dotata di strutture adeguate?
Verificheremo la reale volontà del nuovo governo di considerare la formazione e l’istruzione come priorità strategiche per il futuro del nostro Paese, superando il lassismo che ha caratterizzato gli ultimi decenni.




