scritto da Redazione Online Ott - 12 - 2017 TAG: ,

di Bernardo Carli – Ne è passato di tempo dagli anni, tra il ’68 e i primi del ’70, nei quali tutto venne a galla. Anni di contraddizioni, di proteste, di ingenuità e grandi sogni, anni nei quali scoprimmo d’essere “soggetti politici”, portatori di diritti, soprattutto quello di ragionare per costruire un mondo migliore. Poi arrivarono gli anni di piombo, “il riflusso”, la fuga nel privato, gli yuppy. Risparmio il seguito.
Adesso definire un uomo in età come chi scrive “sessantottino” è sinonimo di sobillatore nulla facente capace di non so quali ideologiche nequizie. Sessantottino sono stato, ben convinto che stesse accadendo qualcosa di importante del quale ho serbato gelosamente insegnamento e traccia in tutto quel poco che ho fatto dopo. Ma non è di questo che voglio parlare, o meglio, vorrei raccontare come in quel periodo di risveglio di coscienze, una parte di primo piano l’ebbe il mondo femminile. Questo si interrogò su ruolo delle donne nella società, sulla loro identità, sul rapporto rispetto al mondo maschile. Dai cosiddetti “gruppi di auto coscienza” nacquero i collettivi femministi. Le azioni messe in atto per rivendicare una nuova dignità furono talvolta singolari, spesso oggetto di denigrazione, ma certamente giustificate. A seguire ci fu la legge sul divorzio, l’abolizione del delitto d’onore, la legge sull’interruzione della gravidanza, le disposizioni per la difesa della maternità e sui diritti di eguaglianza nel mondo del lavoro. Insomma, da quelle che furono considerate da tanti uomini come pittoresche aggregazioni, nacque una coscienza nuova.
A distanza di tanti anni il diritto della parità di genere è ancora valido? Certamente sì, giacché è ha messo finalmente in atto, anche se tardivamente  il principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione . Oggi però vi è qualcosa di estremamente grave che colpisce il mondo femminile al di là della ancor modesta applicazione delle pari opportunità: una sorta di rigurgito di barbarie che colpisce nel corpo e nella dignità le donne oggetto di violenza fisica e sessuale.
La ragione dell’incremento di delitti deve essere compresa dalla collettività, oltre che punita severamente.
Il clima di questi tempi non è certo il migliore per il rispetto dei diritti in generale. La progressiva caduta dei valori che tenevano coesa la compagine sociale si incrocia con una crisi che esalta il principio del “si salvi chi può”. La sfavorevole congiuntura pregiudica il  valore della persona.  Si sviluppa una protesta cieca presente nei social e sui mass media, disponibili a dar voce a chiunque, indipendentemente dal valore e dal contenuto dell’assunto. Là dove il valore dell’esistenza umana si perde in una visione superficiale, le discriminazioni trovano casa, maggiormente quelle che colpiscono il mondo femminile. La violenza subita dalle donne è frutto di una cultura che generalizza la differenza in chiave sessista. Ripensando a quel movimento che percorre buona parte degli anni settanta del ‘900, c’è da pensare che tanto impegno sia valso a poco. Probabilmente il movimento femminista compì l’errore di agire solo come rivendicazione di diritti perduti, senza capire che si trattava di una vera rivoluzione culturale che doveva mutare tutti i ruoli, delle donne come degli uomini. Vissi quegli anni da giovane  marito ; pur attratto dalla coscienza che il mondo femminile esprimeva, come molti altri uomini, avvertii l’esclusione da un processo che avrebbe dovuto essere sostenuto e governato da tutti: una rivoluzione nella quale anche noi dovevamo essere protagonisti. Invece il movimento femminista nella sua periferia si impose come esclusivo. Pur non togliendo il crisma di giustizia a quello che le donne stavano chiedendo, non fu promosso il dialogo sul quale si fonda una nuova cultura. Il sessismo e la violenza di oggi, che non riguarda solo le donne, ma anche il mondo dell’omosessualità , è frutto di una mancata metabolizzazione del significato profondo di eguaglianza con il risultato che il presente rivela arretratezza e debolezza del mondo maschile.  Nel privato, chi è più debole, non fisicamente, ma culturalmente, mette in atto comportamenti che giungono fino al delitto.  La generazione alla quale appartengo, probabilmente presa dalla smania di offrire benessere a sé e hai propri figli, ha trascurato di educarli alle sconfitte, soprattutto quelle che investono l’ambito sentimentale.  La responsabilità delle devianze sono ascrivibili all’intera società, ai genitori in primis, poi alla scuola e a tutti i soggetti e agenzie educanti, infine ai media che propongono modelli desiderabili ma privi di valori etici e prodighi di incitamenti ai consumi.
Nella necessità di far chiarezza sull’identità di genere e gestirla in un clima di libertà, fa specie che nella città delle meraviglie gli amministratori decidano di dare un colpo di spugna a quanto fino ad oggi fatto nella direzione dell’eguaglianza di genere. Fa ancora più specie che il ritiro da un progetto tendente a valorizzare, armonizzare e offrire pari diritti a uomini, donne e omosessuali, venga giustificato come contrasto alla educazione sessuale praticata nelle scuole. La motivazione nella migliore ipotesi rivela una ignoranza sulla sua natura “statale”delle scuole, sulla loro autonomia,  sulla libertà di insegnamento; nella peggiore appare come gesto di arroganza, frutto di una mentalità che nega il principio stesso di democrazia. Ma si è capito, nel nuovo governo della città delle meraviglie vige il furore iconoclasta per tutto quello che c’è stato. Nella città tutto è lecito purché la linea di discontinuità proponga un mondo fatto da un mix di tradizione e reazione.

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