scritto da Riccardo Murtinu Set - 4 - 2014 TAG:
Palazzi al quartiere Peep

Palazzi al quartiere Peep

La presenza di estese periferie in Italia, negli anni del boom economico, è stata uno degli indici più evidenti di forte crescita economica. Il settore dell’edilizia era in espansione rapida ed incontrollata, con la costruzione di grandi palazzi, quasi formicai, soprattutto nelle grandi città.
Le famiglie si spostano dalle campagne ai grandi centri industriali (come Milano o Torino) motori dell’economia, e danno inizio alla società dei consumi. Cambiano profondamente le abitudini, l’immigrazione (soprattutto dal meridione ancora non industrializzato) aumenta a dismisura e la società agricola precedente si trasforma in società urbana e industriale.

Anche in una piccola città come Piacenza, con livelli ovviamente più ridotti e commisurati alla dimensione della città, il boom economico ha portato alla costruzione di grandi palazzi con numerosi appartamenti. Tipico è l’esempio dell’odierno quartiere Peep.
L’idea di periferia è cambiata radicalmente negli anni: la delocalizzazione industriale a favore del settore terziario e terziario avanzato, la crisi dell’istituzione famigliare, l’impossibilità di controllare modo e crescita degli investimenti, hanno portato a considerate le periferie come luoghi di alienazione, di disagio, con scarsi servizi e infrastrutture, non molto appetibili, con situazioni di elevata criminalità, degrado e tensione sociale, soprattutto nelle grandi metropoli. Un luogo, insomma, da cui andarsene appena possibile.
Le periferie non sono più abitate da famiglie (monoreddito) in attesa di arricchirsi in una società in crescita, ma da nuclei uni-personali, italiani e non, spesso in affitto, per lavoro o per studio, in ogni caso in periferia come soluzione temporanea, in attesa della casa individuale, vero mito del periodo moderno.
In particolare, nella società attuale, con la crescita dell’individualismo, la periferia è troppo affollata e ormai destinata solo a chi non può permettersi di meglio. Si preferisce vivere più lontano dal centro ma anche più lontano dagli altri.
Una delle conseguenze di questa situazione è il pendolarismo: ci si sposta dalla periferia al centro o da paesi limitrofi per lavorare o studiare in città, fino ad arrivare a considerare la città più vicina, nient’altro che una periferia di una grande metropoli.
In quest’ottica la città di Piacenza è emblematica: il pendolarismo verso la metropoli milanese è molto elevato, sia per studio sia per lavoro e in città le occasioni di lavoro sono spesso legate al terziario o alla logistica, quest’ultima “concentrata”, tuttavia, in quartieri dedicati.

Per quanto riguarda, invece, la periferia di Piacenza, la situazione non è omogenea: se, da una parte, ci sono sicuramente situazioni di degrado e di esclusione sociale, dall’altra le numerose parrocchie cittadine e le loro attività permettono la creazione di quartieri-comunità in grado di autogestirsi, almeno in parte, vivendo come “paesi” all’interno della città. Si pensi, a tal proposito, alle varie feste di quartiere o alle attività ricreative e sportive per i ragazzi organizzate dalle parrocchie.
Le zone di degrado con alta criminalità e bassa qualità della vita, non sono, tuttavia, necessariamente geograficamente collocate in periferia; l’esempio tipico è la zona di Via Roma – Porta Galera: qui, infatti, si è assistito, sia per la crisi economica, sia per la crescente concorrenza, alla chiusura di moltissime attività commerciali e all’apertura di attività gestite da stranieri. L’obiettivo di favorire la multiculturalità del quartiere, però, ha finito con il creare una concentrazione di immigrati formando quasi dei “ghetti” culturali rendendo questo quartiere una vera e propria “sacca” di degrado a pochi passi dal centro.
La periferia non è, infatti, una mera questione di posizione rispetto al centro città, ma una condizione che interessa gli abitanti di una zona degradata o abbandonata, che vengono, in varia misura, emarginati dalla vita della città, a causa dei fattori più disparati: concentrazione di nazionalità specifiche, condizioni economiche non sufficienti, criminalità crescente o semplicemente incuria da parte dell’amministrazione.
Nelle società moderne la periferia è legata anche alla presenza dei grandi centri commerciali: il fenomeno è particolarmente evidente nelle grandi città, dove enormi centri commerciali proliferano lungo le principali direttrici stradali e autostradali, che permettono di raggiungerli facilmente e appena si arriva in città.
Piacenza, anche se su scala diversa, non fa eccezione, con le periferie sud ed est, dove i centri e le attività commerciali sono numerosi, soprattutto in corrispondenza delle uscite dell’A1 e A21 e della tangenziale sud, vera bretella commerciale (e non solo) della città.
Come per altre città, inoltre, anche Piacenza si caratterizza per un particolare tipo di periferia, che potremmo definire “industriale – logistica”: a nord-est del centro un intero quartiere è dedicato esclusivamente ad aziende ed attività produttive. Se da un lato questo dimostra la vivacità e vitalità economica della città e la sua importanza a livello strategico e geografico, dall’altra si è creata una zona necessariamente non abitabile, in cui la città di fatto non è vissuta, se non in ambito lavorativo.

L’esodo verso le città, a livello mondiale, nonostante i problemi, non si è mai fermato, tanto che nei prossimi anni, le stime dicono che, entro il 2020, il 75% della popolazione mondiale vivrà in grandi città.
In quest’ottica le periferie si allargano ancora, anche se non più attraverso la costruzione di grandi edifici alle porte della città, ma ampliando quei centri vicini all’area urbana, che gravitando su di essa, sviluppano condomini case e quartieri semi-dormitorio.
Esempi di questo processo si hanno anche vicino alla città di Piacenza, dove centri come San Nicolò a Trebbia, Montale, Gragnano T.se e altri si stanno ingrandendo con abitanti “serali” che lavorano in città ma vogliono (sempre nell’ottica vista precedentemente) vivere fuori, anche dalla periferia urbana.
Oggi, l’idea di periferia sta subendo una nuova trasformazione: non è più considerata solo come luogo di degrado ed emarginazione, ma anche come opportunità di rilancio dell’intera città, creando nuove centralità che, in un circolo virtuoso, possono garantire quartieri vivibili e, per quanto possibile, desiderabili sia per gli abitanti, sia per attrarre investimenti. A tal proposito, tipico è l’esempio di Milano, dove nella zona nord, il quartiere Bicocca (degradato dopo la delocalizzazione industriale) è stato riqualificato con un nuovo polo universitario, un importante teatro, enti del calibro del CNR e una nuova linea metropolitana, realizzando un quartiere moderno e di pregio dove, addirittura, i prezzi degli immobili sono più alti che nei quartieri limitrofi.

La sfida del futuro quindi, anche per Piacenza, non è soltanto il rilancio del centro storico a livello turistico ed economico, ma anche la creazione di nuove centralità nelle “periferie” in grado di attirare abitanti, aziende e investimenti, rendendo più vivibile e meglio attrezzato l’intero sistema-città.

Sfoglia la fotogallery con alcuni scorci della periferia di Piacenza

 

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