scritto da Redazione Online Lug - 28 - 2017 TAG:

di Bernardo Carli – Argomento quanto mai di attualità, sul quale il mondo politico, forse più che su altri, si divide in modo netto, preparandosi alle barricate. Mi riferisco a quello che si definisce con termine latino “ius soli”, vale a dire il diritto di godere della cittadinanza di un paese da parte di tutti quelli che nascono sul suo suolo , indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori. Vi è da rilevare la non casuale latinità del termine; se è vero che il maggiore impianto giuridico al quale anche il diritto moderno fa riferimento nasce nella grande antica Roma, il diritto romano, che si formò progressivamente in un lasso dei oltre sette secoli di storia, proprio attorno alla attribuzione della cittadinanza spese le sue migliori risorse. Roma prima regale, poi repubblicana e infine imperiale, costituitasi attraverso numerose e progressive conquiste,  usò lo strumento della cittadinanza a fini politici, per garantire e stabilizzare la plurisecolare esistenza della struttura amministrativa più vasta dell’occidente. Il diritto di cittadinanza romana per i popoli conquistati rese coeso l’impero, ne garantì economia e difesa, creò un rapporto di fedeltà tra la periferia e il centro di potere. Il tema è uno di quelli per i quali stuoli di studiosi, storici e giuristi hanno speso intere vite, non tanto per la complessità del tema, ma perché la supremazia romana nel mondo occidentale costituisce una straordinaria occasione i cui effetti sono tutt’ora riconoscibili anche nell’attuale Europa.
Concludo il ragionamento rammentando soltanto che una delle fondamentali caratteristiche della longevità di Roma è l’essere stata luogo di incontro di diversi popoli con differenti culture, tradizioni, religioni, caratteri somatici. La grande Roma accolse e incamerò tutto e non pose vincolo alcuno, se non quella fedeltà di cui si diceva.
Oggi si dibatte sulla liceità che una persona, fin dalla nascita, possa considerarsi e soprattutto essere considerato parte integrante e attiva della comunità nella quale vivrà per sempre, assumendone doveri e diritti.
Sgomberiamo il campo da un equivoco: l’attribuzione della cittadinanza ai nati sul suolo nazionale, se pur conseguente al fenomeno migratorio, non ha nulla a che fare con la gestione dei molti problemi connessi con i flussi migratori in ingresso nel nostro paese. Se questi ultimi necessitano di una soluzione a livello sovranazionale, nel momento in cui gli stranieri si trovano e abitano stabilmente in Italia, si può rilevare che la mancata approvazione della legge sull’ius soli aggrava la situazione di marginalità di questa fascia di popolazione. Essa impedisce i processi di integrazione, con tutto quello che ne consegue anche in termini di identità culturale, la dove quella originaria viene progressivamente perduta, senza che ne subentri quella del paese nel quale risiedono e tanto meno se ne costruisca una nuova che nasca dal rispetto armonico di entrambe le matrici culturali.
Se la mancata concessione della cittadinanza crea grosse difficoltà nella popolazione costituita dai migranti adulti, ben più gravi sono quelle subite da chi ha avuto i natali nel nostro paese. Una discriminazione che viene sofferta a partire dalla scuola e si riflette sull’intero arco della vita.
A buona ragione si può dire che il rifiuto dello ius soli è davvero un atteggiamento “razzista”, nel senso che riesuma il principio della razza come ragione della discriminazione, sì perché nei confronti di un bambino che nasce nel nostro paese la privazione dei diritti non dipende da altra ragione se non quella di appartenere fino dal periodo trascorso nel ventre della madre ad una razza diversa.
Per questa ragione quasi tutti gli stati non soltanto europei, pur cauti nel riconoscere i cittadini di altri paesi come appartenenti alla propria comunità, considerano lo ius soli un diritto connesso con la nascita.
E’ opinione invalsa tra i più autorevoli studiosi delle scienze umane che in ragione del fatto che non si possono frenare i processi migratori, l’unica soluzione da ricercare è quella di perseguire la coesione della compagine sociale, offrendo a chi immigra la possibilità di una integrazione sociale che, rispettando la diversità culturale, genera, attraverso il godimento di diritti, la piena e fedele adesione alla comunità del paese dove vive , lavora, mette su famiglia, intesse relazioni, contribuendo alla sua crescita anche in termini economici.
Coesione sociale, che è presupposto di pace, significa alimentare quel senso di appartenenza alla comunità che non nasce spontaneamente, ma deve essere seminato, curato e presidiato.
Giusto ad un anno dalla scomparsa del grande giurista Stefano Rodotà, il settimanale l’Espresso pubblica di nuovo un contributo che lo stesso giurista scrisse ben 27 anni fa per lo stesso giornale, pezzo denso di riflessioni e soprattutto premonitore del tempo attuale. Del pezzo, che invito a leggere per intero, colpisce la frase che desidero mettere a chiusura di questa comunicazione: “… il senso di appartenenza a una comunità nasce e si sviluppa solo se si partecipa effettivamente alla sua vita, ai momenti nei quali si costituisce. Il vedere l’”altro” insediarsi stabilmente nel proprio territorio produrrà spaesamenti, rifiuti, conflitti. Non c’è dunque una via rapida alla pacificazione. Ma non ce n’è una diversa.”

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