Tutti abbiamo l'esperienza diretta di quello che vuol dire condividere emozioni, sentimenti e circostanze con persone che non esistono. O che esistono solo nell'arco di tempo tra un "on" e un "off"
Una cosa ci accomuna tutti: abbiamo il medesimo oggetto, appoggiato quasi nella medesima posizione, e che svolge la funzione per la quale è costruito, per tutti la stessa. Non permette la libertà, pur limitata dalla propria essenza significante, del frigorifero. Non ha il fascino estemporaneo del tostapane. Non ha la simpatica sfacciataggine del frullatore, né l'arroganza dell'abat-jour. È il televisore. È un'oggetto di dimensioni variabili: nel corso del tempo è dimagrito e si è allargato, ma eccolo lì. Spento, adesso: lo osservo per due minuti, prima di alzarmi e andare a letto.
Discussioni se ne sono fatte tante, troppe: il televisore e il suo "contenuto" hanno sempre stimolato in maniera trasversale ed eterogenea le menti pensanti, quelle meno pensanti, le menti solitarie e quelle socievoli. Le menti che mentre stirano guardano quello che passa, le menti che dietro una birra si guardano la partita, le menti che non prenderanno mai impegni il lunedì sera, per seguire la serie della stagione. La sintesi di una scuola di pensiero, quella che bene o male trova tutti d'accordo, è che la televisione mandi in pappa il cervello. Un'altra scuola di pensiero, che come la precedente trova tutti più o meno allineati, è quella che scrolla le spalle e afferra il telecomando. L'ultima scuola che cito, la più noiosa, è quella che "è solo uno strumento, che se usato male fa male se invece usato bene fa bene", che non aggiunge niente e ripone un'altro volume nella bacheca dei Piccoli Pensieri Comodi, rilegati in brossura e leggermente impolverati.
Tutti abbiamo l'esperienza diretta di quello che vuol dire condividere emozioni, sentimenti e circostanze con persone che non esistono. O che esistono solo nell'arco di tempo tra un "on" e un "off". Questo, per certi tipi di mente, si nobilita quando lo schermo da cristallo diventa una larga proiezione cinematografica. Io so solo che da bambino volevo diventare Indiana Jones. Ma non lo ero, non lo sono, e non credo che lo sarò.
E so che questa mattina ho chiacchierato per almeno un ora con una persona che, per come mi si è presentata, non esiste. Ho realizzato questa spiacevole sensazione involontariamente: ho smesso di ascoltarla quasi subito, e mi sono concentrato sugli atteggiamenti, sui modi di dire, le piccole risate, il tono e quel modo di ostentarlo. Questa mattina ho parlato con un volto che senza bordo intorno e senza cristallo davanti non è credibile. Ci sono quelle imperfezioni, nella realtà, che la rendono estremamente riconoscibile, almeno secondo i criteri della nostra filosofia di default. Questa persona è riuscita a fare il passo: ha annullato completamente quelle imperfezioni che ci fanno da sfondo nella vita reale. Mi ha proposto una conversazione fatta di cambi di campo, fatta di piani americani e flashback ingenui, fatta di pochissimi contenuti e molti, troppi paletti narrativi. Da una specie di presentazione professionale reciproca, dove eravamo in "Il diavolo veste Prada" o qualcosa di simile, siamo passati all'atmosfera semi-isterica di una cosa tipo "Desperate Housewives". Io ero la comparsa della puntata di oggi, un ragazzo che entra per poco tempo nella ridente comunità di (...), senza effettivamente sconvolgere nessun equilibrio: il mio ruolo, palese fin dall'inizio, è l'aggravare l'agenda già satura di impegni della protagonista. Poi scomparirò, con una motivazione banale, come un trasferimento o addirittura senza nessun perché. Questo magnifico esemplare di donna caparbia, onesta ma con tanti segreti, professionalmente arrivata ma col desiderio di farsi apprezzare, con tanti casini ma tanti ma tanti ma tanti, con un marito che non la ama più e ha l'amante e l'amante che invece la ama ma lei non se la sente di continuare, è fasulla. È l'interfaccia che uno sceneggiatore di serie B scriverebbe, e utilizzerebbe durante la puntata pilota, per presentare il personaggio. Mi ha sconvolto non poco la mia banalità di risposta, la mia scarsa capacità di avere intrighi nel cassetto e sottotrame intense ed emozionanti, e la mia debole sincerità normale. I miei occhi stanchi e il raffreddore.
Non so, in fin dei conti, quanto peschi dal vero questo flusso di dati, e di modi, e di attitudini che chiamiamo televisione. Non so nemmeno quanto noi arriviamo a pescare dalla televisione. Quanto siamo disposti ad assomigliare a qualcuno che non esiste, nato perfetto per questo motivo: esistere tra l' "on" e l' "off", e, se vogliamo ampliare gli orizzonti, trattenerti fino e oltre la pubblicità.
Io so solo che uscendo dalla porta, dopo aver salutato, mi aspettavo una voce di "stop!", e uno stagista con un bicchiere d'acqua e il caffè.
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