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Percorsi, ostacoli. Passione e burocrazia
Scritto da Giosué Cremonesi   
Sabato 06 Febbraio 2010 18:11
Equilibrium - nuovo post di Giosué Cremonesi
Lui non sa come dirle che gli piace. 
Lascia una scia di profumo leggero, e mi strappa un pensiero primaverile, un pensiero di biciclette e mare, di sorrisi e intimità, di sole (...)


 

percorsiostacoli

Percorsi e ostacoli


Quando ci si trova a voler creare qualcosa di nuovo e potenzialmente bello, (bello inteso come costruttivo e utile) si sbatte la faccia contro diverse porte a vetri: quelle porte che risultano invisibili mentre si cammina verso una direzione con fermezza, ma che si presentano in tutta la loro rigida e lucida costituzione al momento dell'impatto. Conseguenze: spavento, dolore, rossore. L'uomo, per sua costituzione, tende comunque a voler attraversare l'ostacolo in qualche modo. Ma non è facile.


Oltretutto, in genere si guarda oltre la porta a vetri: queste si notano quando si sta seduti su un panchina ad aspettare o ad oziare, a seconda delle scuole di pensiero.


L'ostacolo invisibile, la mia porta personale che mi avvolge di una grigia angoscia kafkiana, è di stampo burocratico. Con il mio fascio di moduli riempiti a metà con una biro che perde inchiostro, con l'inconsapevolezza di un bambino, con il fiatone, riesco a raggiungere il luogo dell'appuntamento con il signor Commercialista in orario. Commercialista da me pagato, profumatamente, per indicarmi la retta via nei momenti difficili. Cioè tutti, quando si parla di firme e scartoffie e sigle che sembrano nomi di aerei.


Egli parla in maniera quadrata. Conficca paletti intorno alle mie domande, e quando mi affaccio dal bordo per cercare un po' di umanità, si abbandona a commenti boomerang: “Il codice dice così, però”. Oppure: “Io non lo posso sapere. Bisogna fare dei conti”. Mi intontisce di percentuali e variazioni e opportunità, mi strangola di scrollate di spalle, colpisce al mento con forti critiche. Tutto però con una grazia e un'educazione invidiabili: è un signore, senza dubbio, col guanto di velluto ad avvolgere il pugno ferrato.


Improvvisamente, si apre la porta alle mie spalle. Un'impiegata giovane, carina, e fuori luogo come ketchup sulla torta chiede scusa e appoggia altro cibo per l'ingordo di cifre davanti a me, un enorme faldone con 2009 scritto di lato. Lascia una scia di profumo leggero, e mi strappa un pensiero primaverile, un pensiero di biciclette e mare, di sorrisi e intimità, di sole. Poi torna nell'incognito, dietro, chiudendo delicatamente.


Un momento di silenzio. Il signor numeri apre il faldone, lo richiude, lo appoggia in un cassetto poi non ci sta e lo toglie e lo rimette dov'era. Mi guarda con un mezzo sorriso che spegne subito. Noto solo ora la sua postura sghemba, la camicia più grande della sua taglia, l'ordine maniacale della scrivania e nessun quadro nell'ufficio, se non una cartina di un mondo fantasy alle sue spalle.


Lui non sa come dirle che gli piace.


Improvvisamente mi sta simpatico. Ecco la sua porta a vetri. Mi rendo conto di quanto siamo necessari gli uni agli altri per tirare avanti, attraverso invisibili interruzioni.

Sorride, e lo vedo velocemente rientrare nel suo ruolo.

 

 

 

 



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